Coppia, perché no? Il bello dell’essere in due

Coppia, perché no? Il bello dell’essere in due

Alberto Pellai

27 settembre 2024

In questo incontro, a partire dalla sua esperienza professionale e personale, Alberto Pellai si confronta con un interrogativo attualissimo: la coppia è ancora oggi una risorsa per affrontare la vita, per continuare a crescere, per garantire una relazione positiva con i figli?

Alberto Pellai è medico, psicoterapeuta dell’età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell’Università degli Studi di Milano. Nel 2004 il ministero della Salute gli ha conferito la medaglia d’argento al merito in Sanità pubblica. È autore di molti famosi libri di parenting e psicologia, tra i quali Tutto troppo presto. L’educazione sessuale dei nostri figli ai tempi di Internet e Mentre la tempesta colpiva forte e, con Barbara Tamborini, L’età dello tsunami e Il metodo famiglia felice. Coppia anche nella vita, Alberto e Barbara hanno quattro figli: Jacopo, Alice, Pietro e Caterina.

Roberto Roveda – Centro Giovani Coppie San Fedele: Benvenute e benvenuti.  Comincia questa sera il nuovo ciclo di conferenze del Centro Giovani Coppie San Fedele. Quest’anno la tematica è “scelte di coppia”. Abbiamo con noi Alberto Pellai, che è una delle voci ricorrenti ed originali nell’ambito del panorama educativo italiano. Si è occupato spesso di coppia ma anche di rapporto tra genitori e figli, in particolare mi piace segnalare il suo ultimo libro, che ha anche un titolo interessante: “Allenare alla vita. I dieci principi per ridiventare genitori autorevoli”. Anche qui ci sarebbe da fare una conferenza su questo tema. Questa sera ci focalizziamo invece sul tema della coppia e abbiamo deciso per una volta di provare ad interrogarci su “Coppia perché no? Il bello dell’essere in due”. Ed ecco la prima domanda per Alberto Pellai, tutto sommato abbastanza “telefonata”: “Ma è proprio così bello essere in due?”

Alberto Pellai: Buonasera a tutti e a tutte. Io non sono un grande esperto di relazione di coppia, la più grande esperienza è la mia storia personale. Sono assieme a Barbara da 30 anni, ci siamo sposati 26 anni fa. Quando lavoro con le coppie spesso si stanno lasciando;quindi il tema, essendo io un terapeuta dell’età evolutiva, è spesso la questione relativa alla gestione dei figli. E’ chiaro quindi che non faccio terapia di coppia, ma lavoro spesso con coppie di genitori e la genitorialità è spesso una di quelle cose per cui a volte la coppia genitoriale si dimentica di essere anche coppia amorosa e quindi sovrainveste nel percorso della genitorialità, col risultato di sfaldare poi tutta una serie di elementi che sono alla base del funzionamento della coppia. Assieme a Barbara abbiamo scritto un libro sul valore della coppia stabile dentro alla vita degli esseri umani. L’abbiamo fatto un po’ perché era la nostra storia di vita (eravamo arrivati a traguardo del venticinquesimo anno di matrimonio), un po’ perché sentiamo che in questo momento c’è tantissimo relativismo in relazione all’amore di coppia e lo vediamo molto anche nella vita dei giovani: immaginare che si fa un investimento per sempre sulla dimensione della stabilità di coppia è una delle cose che anche noi vediamo con i nostri quattro figli quando tante volte esploriamo quali sono i loro progetti, le loro aspettative essendo nati e cresciuti dentro una famiglia con una coppia stabile. Li vediamo ancora molto incerti, non hanno ancora idee chiare su che cosa faranno delle loro storie d’amore. In questo momento le stanno vivendo. Sono anche colpito, perché ho visto in questi anni cambiare anche un po’ la visione che la mia stessa professione ha della dimensione di coppia, quindi sono stati gli anni in cui sono aumentati quelli che vengono chiamati gli orientamenti relazionali e anche direi un po’ una disciplina scientifica come la nostra ha richiesto di essere un po’ inclusiva di tutto. Quello che è accaduto quando abbiamo pubblicato questo libro, “Appartenersi perché l’amore è per sempre una risorsa”, è stato un attacco dall’interno della professione: “Ma come può immaginare lei facendo questo mestiere di scrivere un libro sul fatto che la coppia stabile è una risorsa per la vita? E non si rende conto che magari lei potrebbe per esempio avere pazienti poli-amorosi che arrivano nel suo studio e che quindi, con una presa di posizione così forte sul valore della coppia stabile, potrebbero sentirsi totalmente non accolti dalla presa di posizione che ha fatto dentro questo libro?”.

In effetti la poliamorosità è stato uno dei temi che ha sfidato tantissimo; all’uscita del libro c’è poi stato un certo dibattito, nel mondo della psicoterapia alcuni colleghi hanno sentito l’urgenza di dover dare le loro contro-narrazioni, dicendo che non si può affermare oggi che una coppia stabile è una coppia che abbia più valore, dia più valore o funzioni meglio per esempio di una organizzazione poliamorosa dentro la nostra vita. Non so se voi avete idea di cos’è la poliamorosità: è decidere di avere una coppia aperta e all’interno della coppia aperta poter, alla luce del sole, avere relazioni che sono sentimentali e sessuali con altre persone senza doverlo fare di nascosto. Implica cioè una sorta di approccio condiviso dentro alla coppia: l’idea è quella di non limitare la nostra esperienza umana restando coppia stabile dentro una relazione che diventa esclusiva, ma essere il più inclusivi possibile e aumentare il nostro potenziale amoroso e anche il nostro potenziale esperienziale senza darci limiti o confini. 

Allora, parto un po’ da poche osservazioni che mi sento di fare. Anzitutto: “Che cosa è successo agli esseri umani di diverso rispetto a tutte le altre specie viventi?” Abbiamo inventato la coppia amorosa che è una struttura relazionale che non esiste in realtà nelle altre specie viventi. Se voi avete una gatta che è in calore, la vedrete uscire di casa alla sera per cercare un maschio fecondatore, si farà fecondare ma poi non lo porta con sé dicendogli: “Sei il mio marito e devi diventare il padre dei nostri gattini”; fa tutto da sola. Diciamo che nella logica della sessualità procreativa delle altre specie viventi di per sé la coppia amorosa non è considerata una risorsa; partiamo allora proprio dal modello di genitorialità di cui si deve fare carico la femmina quando dà alla luce i propri cuccioli. 

Il suo mandato materno è quello di arrivare a permettere ai propri cuccioli distare in piedi da soli e di gestire tutte le funzioni associate alla loro sopravvivenza. Da quel momento in poi la mamma dismette il proprio codice materno e i cuccioli possono andare in giro per il mondo; a loro volta poi produrranno altre esperienze, altri concepimenti, in una logica che però non prevede la stabilità della coppia amorosa. Ciò che accade invece agli esseri umani è completamente diverso; nel momento in cui noi diventiamo “produttori” dei nostri cuccioli il mandato che l’evoluzione dà a chi deve crescere un cucciolo d’uomo è molto più complesso perché noi non abbiamo da gestire nella vita dei nostri figli esclusivamente le funzioni di sopravvivenza, ma abbiamo da educare i nostri figli, perché hanno una caratteristica che nessun’altra specie vivente ha: hanno un cervello, una mente che produce pensieri e significati intorno al vivere. Il lavoro educativo del mondo adulto e in particolare della coppia genitoriale è sostenere la costruzione del progetto di autonomia dei propri cuccioli; ciò però non comporta esclusivamente che dovranno sapere come si fa a stare al mondo, a sopravvivere, a procacciarsi il cibo, ma anche come dare senso alla propria esistenza, come generare un progetto di vita. Quello che accade negli esseri umani è che l’adolescenza è un tempo di individuazione, un tempo in cui io posso progettare. Mentre un cagnolino o un gattino può solo diventare un cane adulto, un gatto adulto, che ha tutta una serie di funzioni che sono programmate dentro al suo DNA, gli esseri umani hanno una varietà infinita, proprio una libertà di essere e di progettarsi: dall’unione di versioni differenti di me stesso che posso mettere in scena nella mia vita adulta, io nel tempo dell’adolescenza ho da fare molto lavoro con il sostegno del mondo adulto e mi devo individuare, cioè devo diventare l’adulto che voglio essere. Devo quindi fare di tutto, perché quell’adulto poi abbia le abilità e le competenze per abitare in modo appagante la propria esistenza. Dal punto di vista della neurobiologia, del nostro funzionamento mentale, la grande sfida per gli esseri umani è che la maturazione dei funzionamenti cognitivi della nostra mente è lentissima. Noi abbiamo 20 anni di tempo circa per arrivare a piena stabilità del funzionamento della nostra mente. 

In questo senso le neuroscienze ci hanno fornito un grandissimo contributo. Se entriamo in una seconda media troviamo ragazze e ragazzi che hanno un corpo che può tranquillamente stare in quinta superiore e altri che dovrebbero stare ancora in terza elementare. È una macedonia di corpi tra cui alcuni sono proprio fatti e finiti, sono corpi che potrebbero procreare, diventare corpi di genitori, che potrebbero avere rapporti sessuali completi; ma che cosa succede se non parliamo a quel 12enne alto 1,80 m, fatto e finito? 

Che cosa ci dice questa fotografia del dodicenne preadolescente? Ci dice che dal punto di vista biologico lui a dodici anni ha la totale completezza del gatto, senza stare in giro per il mondo più o meno può fare tutte le esplorazioni dell’ambiente che il suo corpo gli consente di fare; quello che accade è che però non è ancora dotato di maturità cognitiva. Le cose che potrebbe andare in giro a fare per il mondo, nel mondo degli umani necessitano invece di ancora un lunghissimo “allenamento alla vita”, di cui gli adulti devono farsi carico. C’è proprio un passaggio di testimone tra l’adultità e l’età minore, l’età evolutiva: fondamentalmente il passaggio di testimone si compie formalmente per legge ai 18 anni. Raccontavo al mio primo figlio che diventava diciottenne: “Pensa Jacopo, se ti succede qualcosa a 17 anni e 364 giorni, qualsiasi cosa ti accada chiamano noi. Passa la notte del tuo diciottesimo compleanno e qualsiasi cosa ti accada noi non veniamo più chiamati, tu diventi il genitore di te stesso, quindi formalmente la legge dice che sei pienamente responsabile di quello che fai e di come lo fai a partire dalla maggiore età”. Questa cosa implica che il lavoro proprio genitoriale associato alle funzioni procreative di concepimento degli esseri umani sia davvero sfinente a paragone di quello che devono fare le altre specie viventi. Di rimando quello che accade nel progetto evolutivo, nel progetto di Dio, per chi ci crede, è che è molto meglio essere in due invece che in uno per avere cura di questa competenza così specifica e così evoluta che appartiene agli esseri umani perché siamo gli unici che per crescere un cucciolo d’uomo devono darsi da fare per 18-20 anni. 

Questa fatto ha cambiato enormemente anche tutto quello che accade nella costruzione della coppia generativa. La coppia procreativa, nelle altre specie viventi, è fortemente comandata dalla neurobiochimica del ciclo riproduttivo della femmina: la femmina entra in calore, nella fase riproduttiva si mette alla ricerca di un maschio fecondatore, quello il momento in cui lei è disponibile per l’atto sessuale. 

Non funziona così per gli esseri umani: siamo gli unici che intorno al dispositivo della sessualità si sono mossi da una sessualità puramente riproduttiva a una che invece è profondamente intimizzante. Ecco che improvvisamente compare negli esseri umani non un fare sesso riproduttivo ma un fare l’amore intimizzante che mette dentro alla nostra mente quest’altra cosa che non accade nelle altre specie viventi. 

Noi siamo gli unici che nella relazione di coppia e nella relazione sessuale oltre a produrre un neuromediatore della gratificazione istantanea del piacere e dell’eccitazione (la dopamina), produciamo anche l’ossitocina, che invece genera tenerezza e costruzione dell’intimità. Potremmo dire è che quello che accade nelle nostre vite è un congegno dove le relazioni diventano relazioni intime, relazioni stabili, perché quella stabilità è fondamentalmente funzionale alla costruzione di un nucleo che si protegge vicendevolmente e che si dà come motivazione la costruzione di una nuova generazione, non solo con compiti di sopravvivenza ma con compiti di costruzione dei significati . Trovo che questa sia una narrazione bellissima, secondo me, delle nostre storie d’amore; siamo chiamati a generare un’intimità profonda con un’altra persona e a rendere quell’intimità profonda la costruzione di un noi che a sua volta ci permette di entrare in una dimensione di un noi allargato nel momento in cui decidiamo che sia così. Beninteso, possiamo anche non deciderlo, perché se abbiamo una sessualità intimizzante non necessariamente procreativa possiamo anche scegliere di non diventare genitori e di rimanere dentro quell’idea di un noi amoroso all’interno del quale la coppia si basta. 

La novità è che, nel contesto socioculturale, non è mai accaduto che la costruzione della coppia amorosa e il sostegno che la coppia adulta amorosa poi dà alla crescita dei figli venisse visto come un intoppo o, almeno, come un processo selezionabile tra i tanti che abbiamo a disposizione. In qualche modo chi si occupa di età evolutiva vede in effetti che i bambini, se hanno a disposizione nel loro percorso di crescita una coppia genitoriale che ha buoni funzionamenti sul piano affettivo e che quindi funzionano come una coppia che dà stabilità ai bisogni di crescita del loro cucciolo, effettivamente hanno una dimensione di protezione, di sicurezza, che genera una relazione di attaccamento sicuro che rende alla fine il progetto della famiglia un progetto che contribuisce, nel contesto di vita, a generare poi la vita civile e la vita sociale, a portare i figli nel mondo. 

Cos’è accaduto negli ultimi anni? È accaduto che, anche per il fatto che siamo diventati una società liquida, non ci siamo più tanto appassionati all’idea della coppia amorosa. Per me, quando ho deciso insieme a Barbara di scrivere “Appartenersi”, è stato fondamentale quello che mi è accaduto un giorno sulla mia pagina Facebook. È successo questo: quando Roberto Benigni ritira il Leone d’Oro alla carriera al festival di Venezia decide di dedicarlo alla propria compagna Nicoletta Braschi che è li tra il pubblico. Il suo discorso è molto poetico: è proprio un uomo che usa parole con cui sottolinea la bellezza della sua storia d’amore. Dice: se io devo pensare alla storia della mia vita, la vedo come un film in due tempi, il tempo senza di te e il tempo con te. Alla luce di questa dichiarazione “a cielo aperto” rinnova il suo amore nei confronti della propria compagna di vita: per me, è una dichiarazione è molto importante, perché è difficile vedere uomini che usano parole così dense in termini sentimentali: di solito quel genere di narrazione è poco presente dentro il ruolo di genere maschile. Allora, il giorno dopo scrivo sulla mia pagina Facebook: “La più bella testimonianza che ha dato Roberto Benigni nei confronti della propria compagna ieri al festival di Venezia ci ha proprio fatto vedere che la costruzione di una coppia amorosa è appartenenza: i due si appartengono”. Non l’avessi mai fatto… è arrivata una “shit storm” di quelle potentissime dove è stato fortemente criticato proprio il termine di appartenersi. Si è messo in discussione che l’amore sia un appartenersi, confondendo in modo potente l’appartenersi con l’idea di possesso e quindi reinnescando un po’ tutto il tema, chiaramente oggi molto urgente rispetto al patriarcato, della violenza di genere e del fatto che il maschile alla fine controlla il femminile all’interno di quelle che sono le storie d’amore, chiamiamole così, un po’ tradizionali… Questo è stato davvero disorientante. Mi sono improvvisamente detto: “Che genere di cultura è quella in cui ci muoviamo, che è capace di prendere una narrazione così bella e di decidere che in realtà è una narrazione tossica?”. Una serie di commenti di molte personalità, anche molto visibili nel mondo culturale, dichiarava che questa narrazione fatta da Benigni era la solita narrazione dell’uomo che fa carriera lasciando la donna nelle retrovie, per poi dedicarle il premio vinto nella sua carriera: un caso evidente di mancanza di parità di genere. In quel momento ho pensato che effettivamente forse serviva ridirci due o tre cose importanti su qual è la bellezza della stabilità dell’amore nelle nostre vite perché, se non proviamo a dirle almeno noi che questa stabilità la viviamo, in mezzo a un milione difficoltà, effettivamente rischiamo che non le dica più nessuno.

Parto da questa idea: la ricerca dell’amore appartiene un po’ alla ricerca della felicità dentro la nostra vita. Una delle cose che sta accadendo in adolescenza, come ci dicono le ricerche, è che abbiamo ragazzi e ragazze che sanno moltissime cose sulla sessualità ma che si innamorano molto meno che in passato. In particolare i maschi hanno un accesso senza limiti alla pornografia e quindi rispetto alla sessualità hanno una percezione fortissima di che contributo essa dà, diciamo così, alla prospettiva eccitatoria e di gratificazione istantanea, di ricerca del piacere, ma non vedono e non sentono quasi niente, invece, rispetto alla funzione intimizzante della sessualità. 

Mi è capitato di lavorare con ragazzini di 13-14 anni, davvero teneri, che avevano per esempio già fatto sexting, cioè mandato e/o ricevuto foto connotate sessualmente a una ragazza (e speriamo che fosse davvero una ragazza, perché nell’online non hai mai la certezza di chi ci sia dall’altra parte), chiaramente con l’allarme dei genitori che avevano scoperto nella galleria lo scambio delle foto e che si preoccupavano anche perché per la legge italiana esse sono penalmente rilevanti per il reato di pedopornografia. Chiedendo a uno di questi ragazzini: “Ma tu hai già dato il primo bacio a una ragazza?”, l’ho visto sgranare gli occhi dicendo: “Ma cosa mi stai chiedendo? sarei mica matto aver dato il primo bacio…”. Tocchiamo con mano quindi il paradosso di aver già normalizzato, nella propria percezione di cosa ci serve la sessualità, a 13 o 14 anni il dispositivo del sexting e non il bacio. Il bacio, che è proprio il primo confronto intimo con una persona diversa da sé, con cui si viene a mettere in gioco la dimensione della corporeità, non è neanche pensato come pensabile,diventa un gesto estremo, mentre il sexting o l’utilizzo della pornografia sono vissuti come un gesto molto normale. 

Quando ho riflettuto su cosa vuol dire mettere l’amore dentro la nostra vita, ho capito che vuol dire mettervi proprio una tensione desiderante: e il desiderio è il motore della crescita in adolescenza. In questo momento abbiamo un problema enorme rispetto all’adolescenza: è un tempo che invece che buttarsi nel fuori e esplorare le relazioni e il mondo esterno diventa un tempo di ritiro sociale. Tutte le ricerche ci dicono che è aumentato enormemente il tempo in cui i ragazzi sono soli, molto spesso connessi con il mondo virtuale; il fenomeno della deprivazione sociale, anche al di fuori del ritiro sociale vero e proprio, la forte diminuzione della ricerca di sociorelazionalità è un tema molto impattante sulla crescita. Quando scrivevo “Allenare alla vita”, mettevo in risalto che uno degli aspetti per cui gli adolescenti sono così fragili è che hanno uno scarsissimo allenamento nella vita reale alla sociorelazionalità, per cui ogni relazione rischia di diventare perturbante. Abbiamo una responsabilità anche noi genitori che teniamo questi figli come dei gioielli protettissimi, vogliamo che abbiano i percorsi migliori, facciano tutto perfettamente: è chiaro che questo può generare un super io che diventa il centro onnipotente del proprio mondo. Questo rende difficilissimo stare in relazioni con gli altri, perché le relazioni, proprio un po’ come vediamo questa sera, sono magnifiche, ma faticosissime, molto complicate.

Mai visto, come in questi anni, adolescenti che raccontano la fine delle loro storie d’amore usando la narrazione della relazione tossica e dell’altro da sé che è un manipolatore narcisista. “Non veniva sotto casa mia all’ora che gli dicevo io!” Senti queste storie da un ragazzo di 14/16 anni e dici “Mio Dio, ma che cos’è che ti hanno fatto?” E com’è difficile ragionare con lui sul fatto che occorre mettere insieme le esigenze di due persone, che costruire un noi non vuol dire trovare uno che è perfettamente rispondente ai tuoi desiderata, ma vuol dire proprio costruire degli incastri che sono sfidanti…

Quando ho provato a dare una matrice scientifica alla bellezza e al bisogno che abbiamo della coppia stabile, abbiamo usato Barbara ed io abbiamo usato due teorie scientifiche che da molto temo la psicologia utilizza: la teoria dell’attaccamento di Volpi e la piramide dei bisogni di Maslow. 

Partiamo da quest’ultima, perché è un modello che ci dice come facciamo a costruire la nostra ricerca della felicità dentro alle nostre vite. Maslow dice che per arrivare alla piena autorealizzazione di sé ci sono cinque livelli di bisogno che dobbiamo andare a soddisfare. Per arrivare al livello successivo, prima bisogna aver pienamente compiuto il bisogno che sta al gradino sotto. Il primo gradino è quello legato alle funzioni di sopravvivenza; con la garanzia di avere soddisfatto i nostri bisogni primari noi possiamo andare al secondo livello, che è invece un livello in cui andiamo alla ricerca di protezione. Pur avendo il frigo pieno, una bella casa, il riscaldamento quando è freddo e vivendo tutto questo in un contesto sicuro, proviamo a immaginare le persone che sono travolte dalla minaccia della guerra: è chiaro che quel genere di esperienza impatta così tanto da interferire sui successivi livelli della piramide dei bisogni.

Il terzo livello è quello che è centrale, il bisogno di appartenenza. Noi esseri umani abbiamo un disperato bisogno di non essere soli e di appartenere, di generare legami all’interno della nostra comunità, all’interno di relazioni che diventano significative e che ci fanno sentire inseriti in una rete che risponde ai nostri bisogni di socialrelazionalità. Dovessi darmi un’immagine che è un po’ disperata ma che è molto concreta, è Tom Hanks nel film Cast Away: è l’unico sopravvissuto a un incidente aereo su una isola deserta e quello che gli accade è proprio il muoversi lungo i scalini della piramide di Maslow. La prima cosa che deve fare è capire come si mangia, come si beve in un isola dove non c’è l’ipermercato: non si è mai dovuto preoccupare di capire come si riempie il frigo, quindi deve imparare a sopravvivere che è un compito davvero molto sfidante. Deve poi mettersi al riparo dagli attacchi e dalle minacce che sono presenti nell’isola. Quando raggiunge questo livello di stabilità, legato ai bisogni fondamentali, in realtà rischia di impazzine: prende un pallone che è stato portato dalla marea sulle rive dell’isola e con la mano insanguinata vi disegna un volto. Lo fa così diventare una sorta di alter ego che chiacchiera con lui e a cui comincia a confidare le sue narrazioni. E’ una tecnica antifollia: non avrebbe potuto sopravvivere in quella solitudine così definitiva dell’isola deserta se non avesse generato l’idea di un altro da sé con cui potersi mettere i relazione. Direi che questo aspetto dell’appartenenza è quello che poi ci permette di entrare dentro alle due dimensioni più profonde dell’Io, perché il quarto livello nella piramide dei bisogni di Maslow è l’autostima e quindi è sentirsi portatore di un valore, mentre il quinto livello è l’autorealizzazione: sentire cioè che so gestire, in modo consapevole, il mio progetto di vita, quello che ho desiderato, quello di cui sono andato alla ricerca, compiendo i passaggi dei gradini che stanno sotto, mi porta ad avere un’idea di me molto valida. 

Che cosa ha fatto il nostro contesto socio-culturale? Fondamentalmente ha tolto il terzo gradino, cioè ci ha detto: “Dopo che ti sei messo in protezione e sicurezza, col frigo pieno e l’antifurto in casa , fatto questo ora cura il tuo io e realizzati.” Da una centratura così forte sul valore del proprio io personale sono poi derivate tutta una serie di credenze che hanno impattato tantissimo sul modo con cui immaginiamo le storie d’amore della nostra vita: storie che fondamentalmente si oppongono alla realizzazione di sé. Se lo guardate dentro a narrazioni condivise, se lo sentite raccontare dai ragazzi e dalle ragazze, l’amore è la più grande fregatura che ti può capitare nella vita. Se tu entri dentro nell’amore rischi di uscire dal progetto di costruzione di te. Un ingombro non indifferente che porta dentro alla relazionalità , che si fa stabile, tutta una serie di incombenze: una centratura molto forte su tutti gli aspetti negativi che limitano in modo significativo la possibilità di realizzazione personale. 

Due anni fa c’è stata una ricerca della fondazione Donat-Cattin, fatta con adolescenti e giovani adulti, che cercava di esplorare qual era la cosa che desideravano per la propria adultità. Quello che è emerso che c’erano molti livelli aspirazionali legati alla realizzazione professionale, legati al viaggiare, al proprio tempo libero come tempo autodeterminato, e l’aspirazione alla stabilità della coppia amorosa era dopo tutto questo e in particolare uno su due non aveva alcuna aspirazione rispetto al progetto genitoriale. Quello che rispecchiava questo genere di ricerca è che effettivamente, progettare una vita che ha un’attrattività e una desiderabilità di tutta una serie di aspetti che ti portino alla felicità a cui aspiri è meglio gestibile in solitudine che in coppia: questo riduce in modo significativo il desiderio di costruire un noi dentro alla coppia amorosa. Qua entra in gioco la seconda teoria scientifica, la teoria dell’attaccamento. 

La teoria dell’attaccamento ci dice che, dal momento in cui noi veniamo al mondo, noi siamo bisognosi di prossimità. La cosa che più ci fa sentire protetti e al sicuro, la cosa verso cui il neonato tende senza nemmeno saperlo e che però gli dà pace nel momento in cui l’ha trovata, è sentirsi avvolto, contenuto, sostenuto dentro un assetto relazionale. Il sistema motivazionale dell’attaccamento si attiva poi in modo particolare nel momento in cui noi siamo sotto stress, nel momento cioè in cui la vita ci sfida e ci chiede di affrontare cose impegnative. Nell’attivazione del sistema dello stress avere a disposizione una base sicura, all’interno del modello di attaccamento, è ciò che ci trasmette un senso di conforto, di pace e di tranquillità dentro le nostre vite. Di per sé il sistema motivazionale dell’attaccamento e l’offerta di accudimento nel momento in cui l’altro ha bisogno è un sistema biologicamente innato che ci fa sentire costantemente desiderosi di generare la prossimità con l’altro. 

È chiaro che nella relazione adulta l’altro non ti deve stare attaccato, non è un modello di codipendenza! In realtà è un modello in cui io interiorizzo il fatto che nella vita devo cercare una persona che per me è riferimento, una base sicura, a cui torno nel momento in cui ho bisogno e che torna a me nel momento in cui ne ho bisogno: una persona che in realtà è anche adeguata per assolvere i miei compiti di ricerca della felicità: vivere insieme, viaggiare insieme, divertirci insieme… serve tutto per fare una coppia felice. Nel momento in cui noi decidiamo che un io potente bastante a se stesso non ha bisogno dell’altro e della “base sicura”, noi dovremmo aver generato anche nella vita degli esseri umani un modello di felicità che si regge bene in piedi senza l’altro; tornare a casa la sera, sdraiarci nel nostro letto, avere avuto uno speed date, aver soddisfatto i bisogni sessuali dentro una relazione veloce avviata su siti di incontri… e sentire a questo punto la pienezza della realizzazione di noi stessi. In realtà, questo cosa non è avvenuto. Per quale motivo negli ultimi 15 anni i farmaci che hanno avuto la più grande crescita in termini di consumo da parte degli esseri umani sono stati gli antidepressivi, gli stabilizzanti dell’umore e i farmaci per dormire? Vuol dire che in quella posizione che hai conquistato di una casa tutta tua e di un letto in cui dormi da solo, il tuo equilibrio non raggiunge quella completezza di cui abbiamo bisogno.

Non ho molto altro da dire, se non che ho sentito che su queste cose oggi c’è da ragionare parecchio. Togliere il desiderio d’amore, togliere la visione della stabilità della coppia amorosa dentro all’immaginario collettivo e soprattutto dentro anche al modello aspirazionale verso l’adultità in cui crescono i nostri figli, puntare così tanto sulla costruzione di un io onnipotente che non ha bisogno dell’altro e che quindi automaticamente non si decentra molto nel generare un noi, questo è un tema che va al di là poi della riflessione sull’amore. E’ proprio un tema della società del terzo millennio, così fortemente centrata sull’io. 

E tutto ciò ha bisogno di narrazioni, per così dire, di contronarrazioni, di testimonianze che riaccendano la capacità di imparare, di desiderare, di amare l’amore anche durante l’età evolutiva. Ho provato a mettere tutto questo dentro a una lettera che ho scritto per i giovani con la quale chiudo la mia narrazione.

Tante cose si possono dire sull’amore proprio come hanno fatto i poeti e i cantanti, lo sentirete descrivere come il cielo di una stanza o come “piccolo-grande”. Allo stesso tempo sceglieranno aggettivi come abissale o come meraviglioso, ma nessuna parola avrà mai la capacità di descrivere esattamente cosa l’amore sarà per ciascuno di voi, cosa metterà nelle vostre vite. Se l’amore potesse parlarvi, lui per primo vi direbbe che non ha a disposizione una definizione solida e intoccabile di sé, perché ogni volta che entra nella vita di due persone si trasforma e diventa ciò che proprio quelle due persone gli permettono di essere, può essere ciò che brucia, passione che divora, o gelosia che incatena, può diventare gioia o dolore, tenerezza o violenza può essere tutto e o il contrario di tutto quello che dovrebbe essere e l’esatto opposto di ciò che dovrebbe accadere quando lo si evoca e lo si chiama sulla scena della propria esistenza. 

Spesso più cose tutte insieme, perché siete voi che ogni giorno lo scoprite lungo il vostro cammino come fa uno scultore con la sua opera d’arte, questo lavoro di cesello e scalpello che rende ogni giorno nuovo a se stesso. È un lavoro incessante e mentre lo fate vi può lasciare stanchi o delusi… ma può anche farvi toccare vette di felicità che nessun’altra esperienza al mondo è in grado di farvi raggiungere. Giorno dopo giorno, di fronte all’amore, siete chiamati a essere artisti che devono sentire la responsabilità attiva di trasformare questo sentimento nel capolavoro con cui dare senso al proprio esistere. Qualcosa di così solido, insieme, flessibile, da essere capace di resistere al tempo e alla sua usura, ai pezzi di grandine che vorrebbero colpirlo e danneggiarlo, al vento che vorrebbe piegarlo e spezzarlo. Non è facile mettere nella terra della vostra vita il seme dell’amore e sentirlo crescere fino a farlo diventare, prima arbusto e poi pianta che da frutto e che anno dopo anno lancia i suoi rami verso il cielo fino ad arrivare quasi a toccarlo e anche quando ci riuscite, quando l’amore è così tanto e così forte che grazie a lui con le dita potete sfiorare il cielo perché lui rimane lì stabile ed efficace, un cuore che sia dotato nel tempo di radici che lo tengono ancorato terra che gli permettono di generare una continua connessione tra il basso e l’alto tra il visibile e l’invisibile. Quando l’amore riempie il tempo e lo spazio dell’esistenza è perché chi lo ha seminato ne ha avuto una cura incessante e ha sentito la responsabilità di renderlo un capolavoro lavorandoci tutti i giorni scoprendo sempre un elemento da migliorare o da aggiungere, un’imperfezione da rimuovere o da limare. È così impegnativo avere cura dell’amore che non si può riuscirci da soli e infatti quando questo sentimento si trasforma in opera d’arte è perché ci sono stati due cuori e quattro mani che lo hanno modellato e plasmato, curato e rifinito. Per questo a voi che ancora lo state sognando e desiderando diciamo: “Amate l’amore, non abbiate fretta di sapere già tutto di lui e imparate a renderlo, giorno dopo giorno, la scoperta più attraente e sconvolgente del vostro esistere. Imparate ad amarlo e renderlo un territorio fecondo, perché è un lavoro lungo che necessita di consistente tempo di praticantato, di cantiere, anche se quasi nessuno se ne accorge, che viene aperto prestissimo nella famiglia in cui si nasce e si cresce.” Non tutto lì dentro parla dell’amore come si dovrebbe. Ci sono cantieri familiari dove questo sentimento è storto, sbilenco, impreciso, a volte dove viene addirittura maltrattato. Dovete guardare con onestà e coraggio alla storia da cui venite, essere consapevoli di quale forma e struttura avesse l’albero dell’amore di cui i vostri genitori sono stati radici e rami. Ma da quel cantiere iniziale, vi muoverete, correte in contro alla vita che vi attende, l’amore da cui provenite lascerà il posto all’amore verso cui andrete. 

Per capire di quali ingredienti volete che sia fatto dovete prima esercitarvi a lungo, coltivare l’amicizia, interrogarvi su come stabilite relazioni con chi vi vive intorno. La scuola è uno tra gli ambienti in cui tutti trascorriamo più tempo quando siamo giovani, le classi sono piccole comunità che raccolgono e tengono insieme molte differenze. Un test della vostra capacità di amare può già svilupparsi e strutturarsi lì, mentre siete seduti sui banchi, insieme a compagni e compagne diversi da voi, con cui imparate a convivere, a condividere, a sviluppare la vostra identità mentre generate un senso di appartenenza a qualcosa a cui la vita vi ha chiamati e in cui vi è immersi. 

Apprendere l’amore vuol dire anche fare esperienza di alcuni valori fondamentali che, se non lo avete ancora fatto, dovete assolutamente mettere a fuoco perché solo così potrete desiderare un rapporto che duri una vita. Solo così potrete scegliere un altro da voi che nella sua imperfezione sarà il vostro miglior alleato per diventare una persona migliore e per rendere migliore il mondo. Il primo valore è quello di imparare a gioire e a piangere insieme, sentire dentro di voi la felicità e la pena delle persone che vi stanno intorno, non solo di quelle che interessano direttamente ma anche di quelle che vi sono prossime e che condividono con voi un pezzo di strada. Se vicino a voi qualcuno sta vivendo una situazione difficile, quanto del suo dolore diventa anche vostro? Quanto siete capaci di trovare parole e gesti per esserli vicino? Quanto portate dentro di voi della sua fatica? Magari non potete fare niente di concreto per aiutarlo ma quanto il vostro cuore e la vostra mente restano connessi con lui? Quanto vi impegnate a trasformare ciò che avete in qualcosa da condividere con gli altri? Se una persona nuova arriva nel vostro gruppo di amici, quanto vi sentite responsabili di farla sentire accolta?

Quello che avete visto in scena nella vostra famiglia d’origine è la prima esperienza a cui fare riferimento la vostra storia è ben più ampia. Qualunque lezione abbiate ricevuto in famiglia, la vita resta una continua occasione per apprendere e l’amicizia è la palestra più efficace per allenarvi all’amore, per addestrarsi nel suo territorio si parte da qui, si comincia dal significato che riuscite a dare all’amore di chi è coinvolto nella vostra vita e vi ha fatto crescere e si prosegue imparando a mettersi in gioco con tutte le persone che vi troverete accanto, tutte, quelle che avete scelto e quelle che vi sono capitate, il vicino di casa, il compagno di squadra, l’amico del villaggio estivo, il signore che siede di fianco a voi sul vostro primo volo in aereo, ogni incontro, occasione di sguardi, gesti, vicinanze e distanze che decidete di mettere tra voi e l’altro, così progressivamente si impara a costruire le relazioni. In alcune si sperimenta la tossicità, in altre si gode dell’intimità è tutto questo un giorno confluisce in un incontro speciale che può durare per poco o per sempre. Servono molti incontri, a volte, prima di realizzare le condizioni che conducono a quello che cambia la vita. Non stancatevi di camminare, rendete la vostra vita palestra e percorso e non smettete mai di cercare l’amore, se imparate a cercarlo lui si farà trovare e realizzerete il più grande miracolo che la vita può farvi sperimentare, amare e sentirvi amati.”

Roveda: Grazie intanto ad Alberto Pellai per questa lunga lettera e per questa sua esposizione.  Gli spunti che ci ha dato sono tanti, è partito dal tema del poliamore. Ho un carissimo amico psicoterapeuta, che è un sostenitore apertissimo del poliamore e che ritiene che la coppia limitata a un solo parter sia una nostra perdita di esperienza. Quello che emerge da quello che Pellai ci ha raccontato è che nella società moderna è passata un po’ l’idea che essere in due è un limite da tanti punti di vista, può limitare l’autorealizzazione, può limitare le esperienze, non è più un vantaggio ma è un limite. La cosa che colpisce è che spesso anche coppie che funzionano bene non riescono a trasmettere ai propri figli il bello dello stare in coppia. In che cosa stiamo sbagliando? C’è qualcosa che potremmo fare per migliorare le cose?

Pellai: Mi accorgo che quando le coppie non vogliono lasciarsi ma non stanno sentendo la bellezza del loro essere coppia, spesso il meccanismo è proprio quello dell’usura, della non cura e dello stress. L’usura è il fatto che ci sono un bel po’ di cose che consumano; se tu hai un genitore o due genitori anziani, o quattro genitori anziani, oppure una malattia in famiglia, quello è proprio un meccanismo che ogni giorno ti chiede sacrificio, cioè di “fare sacro” un passaggio di vita, ma allo stesso tempo ti svuota di energie. Noi non siamo degli accumulatori infiniti di energie. Le energie si consumano e quindi il tema diventa, dentro all’usura, quali sono le ricariche energetiche che abbiamo a disposizione. 

Per la coppia ad esempio la sessualità, l’intimità sessuale è decisamente una grande ricarica energetica, ma dentro a quel meccanismo di fatica molto forte, spesso una delle prime cose che viene dimenticata è l’intimità sessuale. Spesso poi la coppia genitoriale si mangia la coppia amorosa e alla fine quello che accade è che c’è una grave carenza direi di manutenzione della coppia, cioè la domanda diventa “Ma di che cosa si nutre questa coppia amorosa?”

E ci accorge che si nutre, a volte si denutre o si malnutre. Anche quando nascono bambini, che chiedono una disponibilità totale, c’è un punto in cui la coppia amorosa deve riprendere la scena e non lasciare tutto il posto alla coppia genitoriale. Questa cosa viene spesso sentita come una carenza, una mancanza nei confronti del bambino. Il fatto che il bambino permanga per molti anni dentro al lettone vuol dire che la coppia genitoriale è infinitamente più in scena della coppia amorosa. Il fatto che quando uno chiede “Quand’è stata l’ultima volta che avete passato 48 ore insieme, magari delegando un’altra persona alla cura del vostro bambino?” ci si accorge che questo è spesso immaginato come un pensiero impossibile. Chiaramente è impossibile nei primi sei-nove mesi di vita del bambino, ma poi non lo è più nel momento in cui la coppia sente che anche preservare la propria storia di coppia ha un valore, ha un significato ed è molto importante. Tra l’altro i figli sono molto contenti di vedere una coppia di genitori che sa mantenere il proprio dialogo affettivo, il proprio spazio che coltiva: “Pur avendo avuto tanta disponibilità ed essendoci dedicati molto a te, c’è anche un tempo in cui quel tempo è per noi”. Secondo me queste sono un po’ domande che è bene farsi. Se quando un terapeuta chiede a un ragazzo: “Dimmi con tre aggettivi, fammi capire chi sono la tua mamma e il tuo papà” gli aggettivi più selezionati sono stanco, stressato, depresso, arrabbiato… non è un gran che! Ma io devo fare tutta ‘sta fatica per arrivare fin lì? A questo punto meglio stare in un qui e ora. Secondo me è davvero importante che sentiamo anche questo mandato di testimonianza: quando i nostri figli guardano quei due che sono una coppia amorosa che è diventata la coppia dei loro genitori, cosa capiscono dell’amore? 

Roveda: Una bella domanda… in sala mi è arrivata una domanda da remoto, è relativa al fatto della precarietà del lavoro e a come incide sulla precarietà della coppia.

Pellai: È chiaro, se noi siamo dentro una situazione di precarietà del lavoro scendiamo sul primo o sul secondo gradino. E’ qualcosa che ha un impatto enorme, se il sistema famiglia è un sistema che in qualche modo codifica e protegge tutte le persone che adesso appartengono… il lavoro è uno di quei dispositivi, come dice anche il Papa, che rendono dignitosa la vita, perché non solo ti mette dentro un progetto, ma ti dà la percezione della tua responsabilità anche nei confronti degli altri. La precarietà diventa una frantumazione importante, tanto più ciò quando noi perdiamo l’identità perdendo il lavoro, quanto più ci siamo investiti in un ruolo di adulto che dà un contributo importante alla vita… Gli uomini vanno molto più in crisi sulla perdita del lavoro perché il mandato che hanno nel loro dna da generazioni e generazioni è quello di far sopravvivere la loro famiglia. In realtà non è più così, ma se io mi identifico con quella visione, la perdita del lavoro diventa la perdita della mia identità, del mio sé nella vita e nel mondo.

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