
Elisabetta Orioli
13 marzo 2025
C’è una dilatazione del mito della perfezione anche alla vita relazionale. Spesso si pensa che la presenza di qualche disagio o fatica significhi che la coppia non funzioni. E se invece fossero momenti legati all’essere intimi e segnali di qualcosa che merita di essere esplorato è riconosciuto?
Elisabetta Orioli: Psicologa, ha collaborato fino al 2010 con il COSPES dei Salesiani dove si è occupata di orientamento, psicodiagnostica, consulenza clinica e formazione.
Attualmente lavora come psicoterapeuta; collabora a progetti formativi per genitori e per coppie e con il Centro Giovani Coppie San Fedele.
Roberto Roveda – Centro Giovani Coppie San Fedele: Abbiamo con noi Elisabetta Orioli, psicologa e psicoterapeuta che collabora da diverso tempo con il centro. Entriamo nel tema della conferenza di questa serata, partendo da una domanda base un po’ provocatoria: “Ma è un delitto volere stare bene? Ma chi non vuole stare bene?” Non si dovrebbe avere il mito dello star bene o, invece, bisogna averlo, questo mito?
Orioli: Buonasera a tutti. Permettermi di condividere una serie di riflessioni su questo tema che mi sta molto a cuore, perché è un tema che affronto molto nella mia attività professionale ma che tocca anche tutti. Tutti noi siamo accomunati dal desiderio di stare bene, abbiamo un’aspirazione profonda all’essere felici, tant’è vero che il titolo è un po’ provocatorio: “il mito”. Se qualcuno non desidera stare bene bisogna farsi qualche domanda, perché non è proprio così regolare. Il punto però è che cosa intendiamo per “stare bene”, che cosa intendiamo per “essere felici”, quali secondo noi sono gli obiettivi che ci permettono di raggiungere questo stato d’animo; e anche che cosa dobbiamo fare, quali sono le modalità per raggiungere questo stato di felicità.
Credo che sotto questo desiderio di essere felici ci sia una convinzione implicita: che per stare bene non bisogna stare male, come se lo stare bene fosse il tentare di raggiungere una condizione che non faccia sperimentare lo stare male. E’ un po’ il tentativo di cercare una situazione che, se è giusta per me, non dovrebbe farmi fare l’esperienza della sofferenza, del dolore. Siamo alla ricerca della persona giusta, siamo alla ricerca della professione che ci piaccia, adatta a noi, di una casa che ci soddisfi. Abbiamo un po’ questa ricetta, ma che cosa succede? Ve lo dico con un esempio che mi riguarda. Io, secondo me, faccio la professione più bella del mondo, che mi piace tantissimo. Nello scegliere la mia professione la mia aspettativa era che mi dovesse piacere sempre. Poi cosa succedeva? Iniziavo a lavorare e, a un certo punto dell’anno, non ne potevo più: “No, ancora quattro sedute, otto sedute…”. Allora cominciavo a pensare “Oh, porca miseria, ma allora questa professione non è così adatta a me! Io penso che sia la professione giusta, ma forse devo chiedermi se davvero è così giusta per me…”. Poi ho capito che in realtà anche la cosa più adatta a me non mi eviterà l’esperienza del momento in cui sono stufa, sono stanca, sono insoddisfatta. Questo a che cosa è dovuto? Noi cerchiamo delle situazioni che non ci facciano sperimentare la sofferenza, tant’è vero che oggi si parla di algofobia. C’è su questo tema il testo molto interessante di un filosofo coreano, Byung-chul Han, “La società senza dolore”. Siamo alla ricerca di una situazione senza dolore. Per capire questo è interessante capire cosa succede nel nostro cervello quando noi incontriamo l’esperienza del disagio, l’esperienza del dolore. Quando il negativo si palesa all’orizzonte, nel nostro cervello si attiva in maniera molto automatica e immediata il cosiddetto sistema di minaccia, che ha dei circuiti particolari e ci spinge a reagire e a difenderci dalla situazione negativa, immediatamente: arriva un’esperienza di disagio, viene letta o come pericolo, come una minaccia per la mia incolumità, oppure viene letta come errore: “Qui c’è qualcuno che sta sbagliando, bisogna capire chi è il colpevole”. Questa reazione è immediata. Il sistema di minaccia si esprime con alcune emozioni particolari: la rabbia (quindi ci arrabbiamo), la paura che ci fa scappare, oppure la sottomissione, seguendo la quale ci adattiamo, ci adeguiamo. Quando siamo in questi stati d’animo, con tutte le loro varianti, paura, ansia… vuol dire che il sistema di allarme dentro di noi è attivato. Succede allora che in maniera automatica cerchiamo, per esempio, di individuare un colpevole. Riprendendo l’esempio di prima, la mia professione in quel momento mi pesava e andavo alla ricerca di qual era la causa, di che cos’era la colpa: ero io che mi ero sbagliata? No, non mi ero sbagliata. Oppure succede che attiviamo una serie di difese che ci proteggono, che ci fanno evitare quella situazione per evitare di provare dolore, difese che ci portano a stare alla larga o a fare un cambiamento. Ci sono forme di cambiamento che sono dei grandi evitamenti, non delle scelte. Di qui noi capiamo perché la ricerca della perfezione è una scorciatoia che noi adottiamo per dire: “Se io ci provo, mi impegno, cerco di controllare tutto, cerco di programmare tutto, faccio tutto quello che è in mio potere per rendere la situazione perfetta… questo mi eviterà di incontrare qualcosa di spiacevole o di difettoso”. Abbiamo questa illusione della perfezione.
Ora, c’è da dire che questa illusione della perfezione è molto antica, affonda le radici quasi nella nostra preistoria personale. Che cosa accadeva quando eravamo bimbi? Accadeva che magari entravamo in contatto con una situazione che ci circondava e che presentava dei disagi: torniamo a casa dalla scuola materna e la mamma è arrabbiata oppure il papà mi sgrida. Che tipo di giustificazioni ci siamo dati? Per un bimbo piacere ai suoi genitori è questione di sopravvivenza: “Io non posso stare senza l’amore dei miei genitori, non posso vivere senza piacergli”. Allora il bambino che equazione fa? “Se la mamma è arrabbiata è perché c’è qualcosa di sbagliato in me”: difficilmente gli viene in mente che magari ha litigato sul lavoro con una collega oppure che, essendo un’insegnante, non ne può più e quando arriva a casa avrebbe bisogno del silenzio del deserto… No, non coglie tutte queste informazioni e quindi dentro di lui si radica questa convinzione: “Se io sarò bravo, buono, perfetto, io verrò amato, non verrò criticato, non verrò abbandonato…”. Questa convinzione è molto radicata: ce la portiamo avanti dalla notte dei tempi fino a quando non facciamo un po’ di archeologia sulla nostra biografia e cominciamo a mettere insieme i pezzi. Comincio allora a capire che “Forse non ero quel bambino così dispettoso che mi è sempre stato detto” o “così discolo che nessuno mi teneva”, ma che forse c’erano delle sofferenze, delle fatiche, delle difficoltà che erano totalmente indipendenti da me e rispetto alle quali spesso gli adulti non sapevano bene che pesci pigliare… “Ma già, figurarsi se avevano in certi momenti lo spazio, l’energia per poter sopportare i miei capricci o le mie paure o i momenti in cui ero tristi o quando non volevo andare a scuola…“. Rileggere la propria storia aiuta a dare un nome diverso al titolo, all’etichetta, che le abbiamo dato quando eravamo così piccini.
Fatto sta che comunque questa convinzione e questa ricerca di trovare qualcosa che non ci deluda mai, qualcosa che prima o poi non mi stufi o che non mi tradisca, è votata al fallimento. Non so voi, ma io non ho mai trovato qualcosa che in certi momenti non mi facesse cadere le calze o che non mi facesse dire “Nun ta regghe chiù”, non l’ho proprio mai trovato. Penso che, al di là delle mie belle idee, la realtà ha sempre ragione. Al di là del fatto che io possa dire “Ma forse se mi impegno, se cerco eccetera eccetera, questa cosa la evito” e così via, la realtà non va mai come io desidererei. Quello che desidero che accada non è proprio garantito che si verifichi: la realtà ha sempre ragione.
Nella mia crescita mi è stato molto di aiuto Jung. Magari conosci una persona e dici “Oh, dai, ma che bella persona ho trovato!”, un amico o un insegnante o il marito. Dopo un po’ accade comunque qualcosa che te lo fa scadere dalla classifica, per cui dalle stelle arriva alle stalle. Il fatto di fare ripetutamente questa esperienza mi portava a dire “Vabbè, senti, mettitela in tasca. La vita è fatta così e buonanotte“, ecco, qui è stato di aiuto Jung. Jung, che è stato il mio primo maestro, aveva questa filosofia: tutto ciò che esiste ha il suo opposto, tutto è doppio, quindi non troverai mai nessuna realtà che non ti presenterà prima o poi un costo, un conto. La cosa bella è che lui non la riteneva una cosa negativa: non vedeva la differenza come conflitto ma, innanzitutto, come una condizione strutturale della realtà con cui fare pace. Dopo vedremo alla fine qual era il significato che lui dava a questa condizione in cui noi ci troviamo periodicamente. Ma a questo punto dobbiamo imparare a stare bene in mezzo ai problemi, ai casini, alle cose che non vanno, perché non possiamo aspettare di stare bene quando finiscono i problemi, facciamo in tempo a essere stesi nella tomba … Dove sta il punto? Che cos’è che ci permette di trovare delle condizioni, dei momenti, delle situazioni di stare bene, di apprezzamento dei momenti di cui davvero essere grati, anche in mezzo a quello che sembra andare sempre peggio?
In questo caso non ci vengono in aiuto le difese, perché le difese ci spingono a combattere una situazione “No! Questa cosa non l’accetto! Io la devo far cambiare a tutti i costi! Io no, mi rifiuto!” Le difese ti aiutano a combattere, ti aiutano a proteggerti e allora “Quella situazione io la evito non ne voglio più sapere! Cambio, chiudo rapporti. Non voglio più vedere quella persona neanche dipinta sul muro!” Le difese ci portano proprio a difenderci in maniera reattiva e reattiva vuol dire istintiva, automatica, “É negativo, quindi tu devi metterti al sicuro” e per metterti al sicuro ti suggerisce queste strategie. Il problema però è che il nostro cervello era più adatto ai nostri progenitori che a noi. Loro sì, che appena c’era un segnale negativo dovevano allarmarsi e correre ai ripari, per loro sì che la loro incolumità fisica era continuamente messa in discussione; ma per noi adesso qual è la situazione ordinaria in cui siamo in pericolo di vita? Fossimo in Ucraina oppure a Gaza capirei, ma a noi non capita questo. Eppure il nostro cervello reagisce allo stesso modo di come reagiva nell’uomo dell’età della pietra, ci fa vivere qualcosa come allarme, minaccia, pericolo quando noi proviamo un dolore.
Però noi esseri umani non siamo dotati solo di un sistema di difesa: abbiamo un altro sistema regolativo delle emozioni, che è il sistema della calma e della connessione. Quindi: il negativo fa scattare le difese, e allora attacco, oppure ho paura, cerco di difendermi e così via; ma se io fermassi un attimo la mia reazione immediata e provassi a stare di fronte al disagio che in quel momento mi ha colpito, e provassi a calmare le emozioni che sto sentendo? Allora, ad esempio, se sono arrabbiata: “Calma!”, sapete quando si dice conta fino a 10, prima di tutto calmati. Oppure una certa cosa ti fa paura, per cui tendi continuamente magari a rimandarla: “Calma!” qui c’è una paura da rassicurare. Calma, come alternativa al difenderci, perché il difenderci non sa prendersi cura. È il sistema di cura della calma e della connessione che è in grado di prendersi cura.
Capite che il sistema d’allarme ha un grosso vantaggio: va alla velocità della luce ed è un pilota automatico, mentre il sistema della calma e della connessione, mediante il quale mi connetto con me stesso o con qualcun altro, è molto più lento. Per questo lo dobbiamo allenare, anche se tutti noi lo possediamo non cresce da solo. Vi faccio un esempio per vedere come funzionano questi sistemi. Immaginate di avere un figlio, un bimbo, un nipotino, quindi immaginate di portarlo ai giardinetti, perché c’è un bel sole. Siamo dunque lì ai giardinetti, il bambino va a giocare, va a esplorare e così via e ad un certo punto torna indietro di corsa e vi tende le braccia piangendo perché si è fatto male. Voi al momento non capite subito di preciso che cosa è successo, però capite che si è fatto male. Di solito la reazione è questa: andargli incontro, prenderlo un braccio, dirgli “Allora, che cosa è successo? Ti sei spaventato? Fammi vedere, fammi vedere dove ti sei fatto male”. Eh, porca miseria… c’è il ginocchio sbucciato. “Adesso proviamo un attimino a vedere… adesso prova a vedere, riesci a muoverlo? Eh, intanto ti calmi, ti tranquillizzi…”
In quel caso sta funzionando il sistema di calma e di connessione. Mi connetto col dolore del bambino, lo accolgo, cerco di rassicurarlo, cerco di calmarlo, di consolarlo… Ok, stessa scena, immaginate se reagisce il sistema di difesa. Vi do quattro situazioni in cui reagisce il sistema di difesa. Stessa scena nelle giardinetti: il bambino arriva.
Prima reazione: “Oddio cosa ti sei fatto! Mamma mia! Aspetta aspetta aspetta! Vedi! Madonna mia! Fammi vedere la gamba!” Paura. Solo dopo io cerco di calmare il bambino, di tranquillizzarlo… ma sono più spaventata di lui, sto reagendo col sistema di difesa, mi terrorizzo. mi spavento.
Seconda reazione. “Sei il solito imbranato!, Te lo dico sempre di guardare dove metti i piedi! No guarda, ancora una volta sei inciampato!” Ti attacco, ti ritengo colpevole
Terza reazione. “Oh mamma ti sei fatto male! Allora aspetta aspetta, adesso vado a vedere dove ti sei fatto male perché lì, guarda, se c’è ancora quel gradino che ho detto al Comune che deve aggiustare, adesso parte una denuncia … Sì, adesso parte una denuncia perché non se ne può più! Qua devono sistemare i giardini perché questi giardini sono pericolosi per i bambini!” E intanto vado a cercare l’altro colpevole.
Ultima alternativa: prendo in braccio il bambino “Cià cià cià… Andiamo via! Andiamo via perché questo è un luogo pericoloso. Qui non ci metteremo più piede perché qui non va bene!”
Ecco queste sono le reazioni del sistema di difesa, il sistema di cura invece accoglie: non critica, non va a innanzitutto a cercare altri colpevoli, non perde un po’ la bussola perché il bambino sei tu, non io no: chi sta male sei tu e quindi io ti consolo, ti coccolo e, quando ti sei calmato, ti dico “Adesso sei pronto, dai, riprendi a giocare: guarda, ci sono i tuoi amichetti, ci sono tante cose belle…”. Ecco, il sistema di cura funziona così. Molto spesso noi siamo più capaci di utilizzarlo con gli altri: ma con noi stessi? Non è proprio così scontato.
Se realisticamente è impossibile non imbattersi periodicamente in un incidente di percorso, forse lo stare male trova nell’allenarci a prenderci cura del male che stiamo provando un’alternativa alla impossibile ricerca della perfezione, all’evitamento, al dirci che siamo i soliti imbecilli… Potrebbe essere un’alternativa perché lo stare male dice semplicemente una cosa: che noi siamo vivi e siamo autentici. Una persona che è viva ed è autentica periodicamente inciampa, periodicamente si sbuccia un ginocchio o periodicamente riceve magari qualche gomitata che non aveva gradito.
Cosa vuol dire essere vivi ed essere autentici? Che certamente noi possiamo anche scegliere delle difese che appannano la vita e la nostra autenticità, perché siamo bravissimi ad anestetizzarci. Abbiamo tutte i nostri meccanismi per anestetizzarci, per anestetizzare il dolore che io non voglio sentire.
Oppure cos’altro possiamo fare? Inventare, ad esempio, un sé costruito. Voi trovate sui social personaggi che sono tutti belli patinati, splendidi splendenti… ma sapete anche che molti di loro sono gente che sta male, che si ritrae e posta se stesso in quel modo quando è triste, quando è giù di morale o quando è in un momento dove non sa che pesci pigliare… Uno guarda quello e dice “Noi possiamo crearci veramente una vita parallela!”. Una vita parallela, così l’esperienza del dolore è accantonata. Ma anestetizzarci rispetto al dolore non è senza prezzo, perché tu non puoi pensare di anestetizzarti rispetto ad alcune emozioni e di continuare a provarne altre, positive. L’anestesia verso il dolore prevede l’anestesia anche della gioia. L’anestesia però lascia vivere altre emozioni, l’eccitamento, la soddisfazione l’appagamento… Quelle sì vai avanti a sentirle, però hanno un prezzo alto perché quelle emozioni non bastano mai. Arrivati a un certo livello di eccitazione, la volta dopo ne dovrò provarne uno ancora più elevato. Questo è un po’ il prezzo delle nostre difese: spengono molto, ci costano molto energeticamente, sono molto faticose, sono molto impegnative a livello energetico ma non risolvono il problema.
Quindi, il primo punto per me importante è che il dolore in sé non è pericoloso, non è per forza dovuto all’errore di qualcuno ma è una realtà esistenziale. Quello che davvero diventa per noi pericoloso e pesante è l’incapacità di starvi davanti, l’incapacità di confortarlo e di calmarlo. Poter fare questo rispetto al dolore che abbiamo provato permetterà invece a quell’esperienza dolorosa di darci informazioni preziose che, se noi evitiamo, azzeriamo e perdiamo.
Roveda: Per adesso abbiamo un po’ introdotto il tema e abbiamo visto quanto sia difficile applicare questo tipo di riflessione all’esperienza personale singola. Dato che siamo in un Centro Giovani Coppie dobbiamo però cercare di declinare la cosa all’interno della coppia dove ci sono due singolarità, ognuna probabilmente col suo problema. Già è difficile venirci a patti singolarmente: com’è possibile applicare questa riflessione all’interno della coppia, come ci aiuta ad affrontare il problema all’interno della coppia?
Orioli: Questo è proprio molto interessante perché la realtà della coppia è una realtà di relazione. Teniamo presente una cosa: le neuroscienze dicono che il cervello è cablato per la relazione, non per la solitudine, è predisposto, per metterci in relazione con gli altri.
Il decidere di privarci delle relazioni perché sono anche fonte di disagio e di di difficoltà non è un’operazione a costo zero. Una delle ricerche che studiano anche l’invecchiamento del cervello collega proprio l’invecchiamento precoce del cervello alla mancanza di relazione, è come se ci fosse una involuzione. Sentiamo profondamente il desiderio della relazione, di trovare una persona con cui condividere la vita, realizzare un progetto, condividerlo, trascorrere del tempo… Ma come poter stare dentro una relazione di cui noi abbiamo bisogno e di cui sentiamo desiderio e nello stesso tempo sapere che questo tipo di situazione presenterà periodicamente qualche tipo di emozione disturbante, di emozione negativa? Teniamo presente che è tutto doppio. Mi sono venute in mente tre caratteristiche che noi generalmente cerchiamo nel rapporto di coppia che sono fonte di una profondissima gioia ma sono fonte anche di disturbo e di fatica, di sofferenza: le dimensioni dell’intimità, della vicinanza e della diversità. Queste tre dimensioni rispondono a tre bisogni profondi che viviamo dentro di noi.
L’intimità è la condizione che si realizza quando ho una persona con cui mi posso aprire e posso svelare degli aspetti di me molto personali, molto intimi , che generalmente non faccio vedere quasi a nessuno. Se c’è intimità lo posso fare, perché sento che quello che io ti manifesterò verrà trattato bene, verrà trattato con cura. Ho questa fiducia e posso, nella mia relazione di coppia, anche rivelare quella vulnerabilità che mi contraddistingue e che in genere in altre situazioni mi guardo bene dal mostrare. Mi piace molto l’immagine del palco e del camerino. Nella nostra giornata abbiamo tutti quanti il palco della vita su cui ci muoviamo. Ci alziamo la mattina e cominciamo a esibirci, ad agire sul palco: ognuno di noi ha la sua cartelletta con tutti i copioni che sono utili in quella giornata, in base ai quali posso essere dapprima un’automobilista, poi arrivo in ufficio e magari sono un impiegato oppure arrivo a scuola e sono un insegnante e poi, quando vado dal panettiere, sono un cliente. In ogni situazione c’è il copione adatto ed è importante non far confusione tra i copioni. Io rimango sempre un po’ basita quando vado dal mio cartolaio e questo mi dice “Buongiorno dottoressa”, lo guardo e mi vien da dire: “Ma io veramente qui non sto lavorando!”. Io adesso sono un cliente, non ho fuori il copione della dottoressa, ho fuori il copione del cliente… Abbiamo tutti i nostri copioni ed è importante avere questi abiti relazionali adatti alla situazione in cui siamo e quando noi sbagliamo copione si sente, ti colpisce. Proviamo a pensare ad esempio all’abito: se partecipo al matrimonio di una mia amica e suo fratello si presenta in pantaloncini, infradito e canotta sta dando un un messaggio tutto da decifrare ma senti che non è il copione adatto: non te lo aspetteresti dal fratello della sposa. Ognuno di noi, durante la sua giornata, ha proprio degli aspetti in cui rivela una parte della propria persona, attrezzata e anche abbigliata con le giuste componenti.
Poi però cosa succede? Ognuno di noi ha il suo camerino e il camerino è un luogo bellissimo perché è finita la giornata e tu ti puoi ritirare lì, ti togli tutti gli abiti di scena, la tua cartelletta la appoggi lì perché lì puoi essere davvero senza un ruolo, una parte da recitare, puoi essere davvero quello che sei nella tua intimità. Io immagino che nella coppia, periodicamente, ci invitiamo ognuno nei nostri camerini. Allora ti invito :“Vieni, non farti vedere…” e da te mi faccio vedere in un modo in cui non sarei mai sul palco. Voi capite che io posso invitare qualcuno nel mio camerino se primo ci sono entrata io e non è sempre scontato che io entri nel mio camerino…
Questa è l’intimità. L’intimità è proprio il poter essere vulnerabili senza particolari abiti di scena, senza particolari ruoli da recitare… sono quella che sono. Il poter riposare in questa intimità, questa è la prima caratteristica.
La seconda caratteristica che di solito cerchiamo nella coppia è sperimentare una vicinanza. La vicinanza contiene la gratificazione di fare le cose insieme: ti senti appartenente alla relazione, fai squadra, non ti senti solo, hai la sensazione di avere qualcuno su cui poter contare. La vicinanza che noi realizziamo nella coppia quindi risponde a tanti bisogni.
Infine c’è la terza caratteristica che mi è venuta in mente, che è la diversità. Diversità significa che abbiamo una persona che apprezza quello che io sono, apprezza le mie qualità e riconosce la mia unicità, anzi quasi diventiamo tifosi l’uno della diversità dell’altro: l’altro diventa tifoso delle cose che mi stanno a cuore e a cui tengo. Ad esempio, quando sono uscita stasera mio marito mi ha detto: “Dai, in bocca al lupo”. Fa il tifo. Lui conferenze non ne fa, non è proprio il tipo però dice: “Questa cosa va bene, falla tu, ma non costringermi a farla anch’io!”. Abbiamo tentato come esperimento quando eravamo più giovani: in parrocchia avevamo organizzato il corso fidanzati nelle case. Il parroco ci aveva chiesto: “Partecipate alla vita della parrocchia, avete tutta una formazione, una bella famiglia… Dai, che cosa ne dite di accogliere magari tre o quattro fidanzati?” Abbiamo fatto l’esperimento. Io dicevo A e lui diceva B. Lo guardavo: “Ma che cosa stai dicendo?” Lui mi guardava “Che cosa stai dicendo?” “Senti, allora mettiamoci d’accordo prima, perché l’abbiamo fatto per un anno e non ha funzionato”. E dunque: “Caro parroco, ciao, non siamo proprio adatti”. Ecco quindi la morale della favola: “Ci sono tante situazioni che o io o tu, tipo la cucina, in cui siamo veramente incompatibili” Quindi diversità: c’è una diversità e quindi il sentire apprezzata la diversità fa tanto piacere, ti scalda il cuore, proprio ti senti sostenuta.
Adesso andiamo però a vedere l’altro lato della medaglia, quando cioè queste situazioni sono fonte di sofferenza, ma non possiamo permetterci di dire “Siccome sono fonte di sofferenza le butto via”, perché se le butto via, butto via tutto. Prendiamo la prima ed esercitiamoci un po’.
L’intimità: l’intimità ci fa fare un lavoro della miseria! Anzitutto, nell’intimità ognuno di noi ha accesso a una verità più profonda dell’altro e non è che tutto quello che vedi ti piaccia: anzi a volte vedi che proprio c’è qualcosa che “ti sta qua”. Quindi, bella l’intimità, però… però ti becchi anche questo. Oppure: io devo tollerare che ci siano cose di me che non piacciono a te, che non sono proprio così presentabili e: “Come reagirai di fronte alle cose di me che non ti piaceranno?” L’intimità ci fa sperimentare periodicamente un rimanerci male, perché scopri qualcosa che non ti aspettavi. Ci rimani male perché avresti voluto che quella cosa di te non si vedesse ma si è vista. E’ molto importante come gestire il rimanerci male quando fai queste scoperte perché la reazione istintiva è di non vedere più nell’altro il buono che mi ha attirato. Ricordo una mia carissima paziente, simpaticissima. Voleva sposarsi, desiderava trovare l’uomo della sua vita. Passati i 30 anni a un certo punto trova il bene amato. Quindi felice innamoramento, anche l’altro molto felice, eccetera eccetera. Bene, erano già abbastanza grandini, quindi entro 3 anni si sposano. Capita che arrivino le elezioni. Arrivano le elezioni e lei scopre che il marito vota Lega… Ah, una crisi pazzesca: “No! Ho sposato un deficiente, perché solo un deficiente può votare Lega, le canotte di Bossi…” Per lei era proprio veramente inconcepibile. Meno male che non hanno parlato di preferenze politiche prima di sposarsi… ma quella era stata veramente una reazione di quelle in cui tu vedevi “Quella cosa lì mi ha talmente deluso…”. Quello era stato un caso che mi aveva molto colpito: quando tu vedi nell’altra persona qualcosa che non ti aspettavi e che tu già da un’eternità, dentro di te, giudichi male. Ecco veramente il problema del “dalle stelle alle stalle”: arriviamo al pianterreno, per cortesia, perché qua sennò non ci salviamo più, a stare sempre sulle stelle non ce la facciamo. Quindi propongo una modalità di arrivare al pianterreno. C’è proprio il rimanerci male, in cui io sperimento il dolore connesso con il “Mi hai proprio deluso su questo punto” e questa delusione mi brucia. Oppure sono a contatto col dolore legato alla paura di non andarti più bene, perché “se tu sapessi di me questa cosa mi sceglieresti ancora? No!”. Oppure, pensate al disagio di quando si vive insieme e a un certo punto uno dei due manifesta che in quel momento non sta bene nella coppia, che c’è qualcosa che gli sta pesando molto: subito ti viene da dire: “Ma è colpa mia? Ma io non ho fatto niente…”, o “Ma tu mi stai attaccando? Che cosa ti ho fatto?”
Ora la sfida è proprio questa: se queste esperienze di emozioni negative non sono disgiungibili dal vivere l’intimità, per cui prima o poi vi entriamo in contatto, possiamo trovare comunque un modo di prenderci cura?
Ad esempio, che cosa potrei dirmi quando sono profondamente delusa da quell’aspetto che non avevo messo in conto di te? Cosa posso dire a questa parte di me che sta proprio male? O che cosa posso dire a quella paura che io sto vivendo perché non so se tu mi sceglierai ancora quando scoprirai quel mio limite? Sono molto spaventata e sono indecisa ma te lo rivelo oppure no? E cosa potrei dirmi quando magari tu hai tirato fuori un malessere nello stare con me e io mi sento accusata davanti a un dito puntato, giudicata da te? Oppure anche a quella parte di me che non osa esprimere il suo malessere con l’altro? Ci sono momenti in cui io non mi trovo bene nella coppia ma non oso dirlo perché non so come l’altro reagirebbe, perché lo farei stare male; e se la coppia andasse in crisi e andasse a catafascio? E’ importante chiedermi che cosa mi potrei dire che mi sia di aiuto quando sono profondamente delusa, quando sono molto spaventata. Questo è uno dei modi di prendermi cura delle emozioni, di trovare il modo di rassicurarmi se ho bisogno di una rassicurazione o di un conforto quando magari mi giudico. Sapete come si fa di solito, a trovare la risposta a queste domande? Prova a immaginarti un’amica o un amico che ti sta esponendo quella sofferenza: spesso con gli altri riusciamo a trovare una parola, anche solo un accenno di incoraggiamento.
Per prima cosa, alleniamoci a non far coincidere me o l’altro con dei singoli tratti: “Io sono molto di più e sono molto altro al di là di quel limite, di quella imperfezione, di quella fragilità. Io non sono solo quella.” Tenerlo presente è molto importante quando senti che l’aver visto quella caratteristica del tuo partner quasi ti travolge, o ti travolge l’aver fatto esperienza di un tuo limite. C’è proprio bisogno di ricordarti chi sei, di ricordarti chi sei non sei solo quello. Ci aiuta anche il coltivare la fiducia nelle proprie risorse e nelle risorse dell’altro. Ci sono risorse che si mobilitano quando siamo di fronte a una prova. Prima non si mobilitano, prima non affiorano. Per esempio, io confesso che ho paura di fare l’esame del sangue: quando devo farlo vado mi dico “Elisabetta, mi, raccomando, hai partorito tre volte ed egregiamente, non sei morta! Quindi, anche questa volta puoi affrontare l’esame del sangue. Vedrai… un attimo poi ti passa, poi non succede niente”. Quindi, fiducia nelle mie risorse! Un’altra cosa che ci aiuta è che il fatto che io se scopro di te cose che non mi piacciono o non ti nascondo cose che ho paura che non ti piacciano, proprio questo dice una qualità preziosissima della nostra relazione: siamo molto coraggiosi perché coltiviamo il valore dell’autenticità. Se la nostra coppia riesce a fare spazio a parti un pochino mal sopportate è perché siamo in una relazione autentica, una relazione che non si basa sulla compiacenza. “Non te lo dico così non ti offendi. Cerca di non farmelo vedere perché altrimenti mi fai stare male.” Al posto della perfezione, ecco il valore dell’autenticità: ci vuole molto coraggio. La perfezione ti fa fare una fatica pazzesca, inconcludente perché tanto finisce in nulla. L’autenticità no: personalmente mi piace di più, perché è evolutiva.
Due precisazioni però rispetto a questo. Anzitutto, non è che in nome dell’intimità io sono autorizzato a rovesciarti addosso tutto il mio malessere o sono autorizzato, perché siano intimi, a perdere le staffe perché “se non lo faccio con te con chi lo posso fare”. Calma, eh… L’intimità non vuol dire essere il cestino dei rifiuti dell’altro né rendere l’altro il cestino dei miei! Dal momento che questo è un pochino il rischio che si corre non mi è risparmiata un’operazione di filtro rispetto alle mie emozioni. Questa è anche una responsabilità mia. Seconda postilla: quando ci sono questi momenti di dolore perché sono a contatto con una cosa di te che mi è pesata, o hai detto qualcosa che mi ha ferito eccetera, quando il dolore si trasforma in giorni e giorni di mutismo o di chiusura o di allontanamento, una reazione così intensa a questo tipo di dolore forse dice qualcosa che va approfondito, che la reazione non è legata solo a quello che io ti ho rivelato, quindi c’è qualcosa sotto di ancora più prezioso da andare a scavare.
Vicinanza, qual è il costo della vicinanza? Il costo della vicinanza è che occorre imparare l’elasticità: la vicinanza, per essere tale, prevede anche una distanza. È solo nell’innamoramento che c’è una vicinanza fusionale così bella, appagante: ci sentivamo una cosa sola, ci capivamo al volo e quasi coincidevamo. Questo tipo di vicinanza è legata solo a quella fase. Quando poi il rapporto si struttura presenta anche momenti di autonomia, in cui io faccio le mie cose, quello che caratterizza la mia specificità, tu le tue. Qui ci sono due tipologie di persone. Ci sono persone che soffrono di più la vicinanza quindi è come se dovessero sempre stare a una distanza di sicurezza: “Stiamo ancora insieme? Ancora? Non è un po’ troppo? Non ci fa bene, non ci fa male?”. Se chi vive questo tipo di distanziamento lo riconosce, tenga presente che è collegato a qualcosa di originario. Di solito è una fatica che abbiamo fatto proprio a livello di attaccamento originario dove abbiamo dovuto, molto rapidamente, diventare autonomi e indipendenti e diventare grandi in fretta: è come se ci fossimo abituati ad essere autonomi, indipendenti. La vicinanza è un po’ appiccicosa, ma in realtà a volte è una grande difesa: ho imparato che è meglio non affezionarmi troppo a qualcuno perché prima o poi scomparirà e siccome fa così male il dolore della sua sparizione facciamo così, non affezioniamoci troppo. È una difesa preventiva. Oppure, al contrario, ci sono persone che fanno fatica a vivere i momenti di distanza perché amano fare tutto insieme, condividere tutto. Lì allora la difficoltà è tollerare i momenti di vuoto, imparare a vivere la solitudine non come un abbandono. Se io sono di questa tipologia ci sono ragioni storiche che mi fanno vivere il momento in cui tu non ci sei come se io fossi stata abbandonata. Non dipende dalla relazione e non posso chiedere alla relazione di riparare quel tipo di sofferenza, perché altrimenti diventerebbe soffocante. Nel primo caso la domanda da farsi è: come posso prendermi cura del fatto che ho paura di affezionarmi, che ho paura di attaccarmi troppo? Ho paura di stare troppo male? E come posso prendermi cura, nel secondo caso, di quella parte di me che proprio si sente persa perché tu in questo momento non sei raggiungibile. “Ti ho scritto un messaggio, ho visto che non l’hai letto e non mi rispondi subito, però sei online… Perché sei online e non rispondi al mio messaggio o mi rispondi dopo 2 ore?”. Teniamo presente che siamo persone diverse, e arriviamo al terzo punto: la diversità.
Durante l’innamoramento la diversità dell’altro ci piace tantissimo ma, prima che diventi solido il legame, tutto quello che ci attirava prima comincia a darmi fastidio. Prima mi attirava che eri chiuso, che bisognava cavarti le cose proprio di bocca, stavo lì delle ore … dopo “Oh, ragazzo, adesso me lo dici! Se me lo vuoi dire me lo dici, se no pazienza. Eh! Adesso non ho più ‘sto tempo da perdere!” La stessa cosa prima e dopo la cura. La fatica che ci fa fare la diversità è questa. Alla base c’è la convinzione che esiste una sola versione giusta (che di solito la mia) per fare una certa cosa, un modo giusto di pensare, un modo giusto per affrontare quel problema. Di solito è il mio e quindi il tuo che è diverso è sbagliato. Questo è alla base di tutti i tentativi di farti cambiare, perché tendenzialmente noi generalizziamo il nostro punto di vista a tutto il mondo. Esiste solo quello. Occorre allenarsi a stare con una persona che presenta una diversità strutturale da me senza cedere alla tentazione di volerla eliminare, ma provando a trovare un modo di mediare o, quando non riusciamo a trovare una mediazione, di rispettarla. Ricordo questa mia paziente che non tollerava la passione calcistica per il Milan del marito. Diventava pazza ogni volta che questo accendeva la TV per guardare una partita: “Ma guarda te, ‘sti undici cretini che devono giocare andando dietro una palla, con tutti i soldi che guadagnano e la fame nel mondo…”. La diversità ci educa alla capacità di accettazione. Se non impariamo ad accettare diventiamo pazzi. Ma questa sofferenza non è legata alla diversità dell’altro, ma al fatto che io non cedo, non mollo, non ti autorizzo ad essere quello che sei. Ci aiuta ricordare che possiamo pensarla davvero diversamente ma possiamo amarci lo stesso e non ogni volta aprire una guerra. Possiamo anche pensare che quando tu non condividi il mio punto di vista non è perché non mi vuoi bene, ma perché esistono più opzioni.. Io faccio sempre questo esempio piuttosto banale ma che rende il concetto: se io sono una bella mela e trovo uno che cerca una pera, non mi vorrà mai. Ma non è che il fatto che non apprezzi la mia diversità, non vuol dire che la mia diversità è brutta, è da scartare, è difettata: vuol dire che abbiamo idee diverse. Non è che se tu non mi approvi o non mi ami, è che solo la vedi una in modo diverso. Non so se vi è capitato, ma per questioni familiari io mi sono ritrovata molto spesso tra fratelli ad avere idee diverse. Appena io avevo un’idea diversa c’era qualcuno che mi diceva: “Ah, se tu la pensi così non ti fidi della mia idea” e io rispondevo: “No, non è che non mi fido di te, ma è che io ho un’idea diversa.” Attenzione a fare questi cortocircuiti del tipo “ Se tu ti fidassi di me tu diventeresti del mio parere”. Attenzione a questi cortocircuiti: possiamo avere benissimo due idee diverse altrettanto dignitose, a noi il compito di allenarci a trovare la mediazione o a trovare una forma di rispetto reciproco di queste differenze.
Siamo partiti da Jung e concludiamo con Jung. Vi dicevo che lui non vede come problematica l’esistenza del doppio. Perché non la vede come problematica? Perché la vede come la strada verso una pienezza che io non raggiungerei mai se non entrassi in contatto con il dolore provocato dall’intimità, provocato dalla tua diversità, provocato della vicinanza e della distanza. L’entrare in contatto con quel dolore ha un effetto evolutivo di parti che non maturerebbero se non entrassero in contatto con questa sofferenza: per Jung il fine della vita è raggiungere la nostra individuazione, la nostra completezza, che è raggiunta grazie alle cose che la natura ci dona spontaneamente ma anche grazie a tutte quelle altre che noi impariamo, che sviluppiamo attraverso proprio la relazione con l’altro.
Roveda: Grazie intanto per quello che ci ha raccontato Elisabetta Orioli in questa esposizione così precisa e anche piuttosto articolata. Una una cosa che ti che ti volevo chiedere di approfondire è il tema dell’autenticità. L’autenticità è una cosa da cui spesso e volentieri rifuggiamo perché abbiamo paura di mostrare magari il lato nascosto di noi stessi e facciamo una fatica micidiale per tenere nascosto questo lato oscuro. Mi sembra che sia è un tema da sottolineare perché è un po’ tipico del periodo dell’innamoramento di cui tu parlavi e in cui, solitamente, i lati nascosti non si tirano fuori: però poi, alla lunga, è proprio difficile non tirarli fuori. Forse è meglio tirarli fuori il prima possibile o invece è meglio aspettare che la relazione sia più rodata?
Orioli: E’ un tema che mi sta davvero molto a cuore quello dell’autenticità. Il tenere nascosto fondamentalmente dice che sono io per primo ad avere un grosso sospeso con quel tratto di me. Sono io che sono in un grosso conflitto con quella parte di me e proprio perché sono in un conflitto profondo temo che anche l’altro vi acceda. Quindi il primo passo è veramente approfondire che tipo di rapporto ho con quella parte mia, soprattutto se non ci piace. “Ma io come tratto questa parte? Perché questa fragilità, questa vulnerabilità? Che cosa temo possa provocare? È un tratto di me che invece, prendendomene cura, può evolvere, può stare meglio?”. Poi ci sono cose che evolvono e altre che non evolvono e che vanno accettate. Anche questo è un lato da accettare, che non siamo perfetti neanche nell’evoluzione. Faccio un esempio su di me. Ho capito che ho un cervello un pochino particolare, molto recettivo rispetto a tantissimi stimoli. Però, per il fatto di essere recettiva a tantissimi stimoli sono di una dispersività pazzesca. Adesso lo capisco, ma prima io guardavo mio marito e gli dicevo: “Devo avere qualcosa che non va perché sono destrutturata, passo la mia giornata a rincorrere pezzi di me e tenerli assieme perché ce n’è sempre qualcuno che mi scappa.” C’è un pezzo di me che inizia una cosa, poi la pianta lì e passa a iniziarne un’altra e la pianta lì e poi passa a iniziarne una terza… Allora mio marito che ogni tanto diventa pazzo… io gli dico “Guarda, io ti presterei il mio cervello per mezza giornata e dopo capiresti come…” Questo è un lato di me un pochino impegnativo sia per me sia per le persone che mi vivono accanto. Imparare ad accettarlo ha un grande pregio; quando noi accettiamo qualcosa spesso troviamo degli antidoti per modificarla, ma finché continuiamo con l’atteggiamento del “io non voglio essere così, io sono proprio una deficiente, ma guarda te ho lasciato la roba sul fuoco… ho lasciato quell’altra cosa e me la sono dimenticata… Le chiavi fuori dalla porta!”, tutto questo continuerà ad accadere. Ma se dico: “Va bene, sono fatta così, perfetto non me lo sono scelto ‘sto cervello.” a che cosa mi serve? Mi serve invece dirmi “Porta a termine quello che hai iniziato” e io continuo. “Hai finito quello che iniziato? No? torna indietro.” Questo mi sta aiutando, perché posso aiutare quella parte di me solo se la accetto, se ci faccio pace, se le voglio bene. Questo aiuta. L’accettazione è veramente il “pre” per mettere mano al mio problema. Non so se ho risposto alla tua domanda.
Roveda: Di questo ho la prova provata, perché tu hai scritto tutta la conferenza per filo e per segno, proprio per non disperderti! L’ultima cosa prima di chiudere: secondo me un altro tema interessante è quello di non utilizzare l’altra e l’altro come il nostro cestino dei rifiuti. C’è questa idea che quando sei in coppia l’altro deve avere una tolleranza molto alta proprio perché se siamo in coppia “se son fatto così mi devi tenere”. Questo alla fine è molto usurante, soprattutto se è principalmente uno dei due a utilizzare questa dinamica.
Orioli: Certo! C’è sotto proprio l’equivoco “Se mi vuoi bene allora non fai qualcosa che mi fa male, mi disturba, mi ascolti eccetera eccetera”. Ma la domanda è “Ma a me stesso lo richiedo? Perché obbligo te a prestazioni che non chiedo a me? Quello che chiedo a te di avere nei miei confronti mi sto allenando a svilupparlo io nei tuoi confronti?.” Altrimenti non vale: o la regola vale per tutti o non posso pretendere da te qualcosa che non sto facendo.



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