Il desiderio. La nuova coppia dal XX al XXI secolo

Conferenza del 14 marzo 2024

Il sesso, inteso come pratica ma anche come tema, sembra essersi avviato verso una vera e propria dissoluzione.

È un dato di fatto che fra le generazioni più giovani si sta verificando una netta diminuzione delle attività sessuali, mentre è aumentata l’età media del primo rapporto: l’avvento delle app per incontri non ha corretto questa rotta, rivelandosi anzi controproducente. Inoltre, anche fra le coppie felicemente sposate di mezza età si nota un calo della attività erotica rispetto ad una generazione fa. I dati a disposizione indicano una tendenza in atto in tutto l’Occidente, che gradualmente si allarga al mondo globalizzato.

Qual è l’origine di questa regressione? E come è possibile che un fenomeno di tale portata avvenga in una società che, grazie alla rivoluzione sessuale cominciata negli anni Sessanta, pareva essersi liberata da tabù e costrizioni?

Luigi Zoja parte dai numeri e va alla ricerca delle motivazioni profonde di una generale «fuga dall’intimità dei corpi».

Qui sotto la trascrizione della conferenza

Il desiderio. La nuova coppia dal XX al XXI secolo

Roveda – Centro Giovani Coppie: L’ospite di questa sera, il dottor Luigi Zoja, non ha bisogno di presentazioni: è un analista junghiano ed è autore anche del libro da cui trae ispirazione l’incontro di questa sera “Il declino del desiderio. Perché il mondo sta rinunciando al sesso”, pubblicato da Einaudi.

Il desiderio è il punto di partenza di questo nostro incontro, un desiderio che nella società occidentale sta progressivamente calando; i dati indicano che il desiderio, quindi anche l’attività sessuale, cala anche nella coppia, soprattutto nelle coppie che sono insieme da diversi anni. Il punto di partenza è proprio domandarsi che cosa sta succedendo e lo chiediamo a Luigi Zoja che sta studiando da anni questo tema.

Luigi Zoja: Mi fa piacere essere qua dopo tanto tempo, io partecipavo a qualche riunione di Gesuiti coi miei genitori, ma l’ultima è stata nel 1967… Bene, ho un’età alla quale si può fare solo lo psicanalista, il presidente degli Stati Uniti o il presidente della Repubblica italiana e grazie alla quale magari si può parlare di sessualità con minori imbarazzi… Sì, ho scritto questo libro accorgendomi di qualcosa di cui sentivo parlare, che avevo notato in qualche pubblicazione scientifica, dalla diffusione molto limitata, ma accorgendomi soprattutto che i miei colleghi di tutto il mondo, a cominciare dai soliti Iper-intellettuali, Iper-aggiornati, politicamente aperti, progressisti di Londra e di New York non si rendevano conto di quello che stava accadendo, perché nei loro ambienti molto ristretti dibattevano, per esempio, sulle nuove teorie, tipo “l’età del poliamore”. Non se ne rendevano conto perché vivono un po’ in questi “mondi” e, mi spiace dirlo, anche per il mio ambiente sono un po’ troppo spesso “radical chic”, se vogliamo usare un’espressione che non ha un significato neanche sociologico di definizione ma che tutti capiscono molto bene; in realtà l’enorme spinta verso i cosiddetti populismi o le estreme destre, insomma verso movimenti politici piuttosto intolleranti, hanno anche a che vedere con una reazione verso questi ceti più colti che se la raccontano molto spesso in modo autoreferenziale. Vedevo questa autoreferenzialità anche nel fatto che non si rendessero conto: “Cosa vedete nei vostri pazienti?”. “Mah… vediamo una gran confusione”. “E nei nostri figli?” “Anche tra loro una gran confusione”. In effetti c’è di tutto, loro stessi chiedono, anzi non chiedono perché non la si chiede più, una libertà, un non controllo, una tolleranza, rispetto non solo alla sessualità, ma all’orientamento sessuale; molto spesso però sono confusi da questa nuova facoltà di trovare la propria direzione anche nell’orientamento sessuale e, intanto, non conoscono la sessualità. Si arriva allora a un passaggio probabilmente da un estremo a un altro. Io ho ricevuto un’educazione cattolica, come gran parte degli italiani, che poi ho perso per strada con una vita da laico, agnostico diciamo, anche se mi hanno appena invitato al salone del libro per presentare un libro con monsignor Matteo Zuppi, per fare un dialogo… Comunque mi trovo (penso sia giusto dirlo qui) sostanzialmente in armonia con le idee di difesa sostanziale delle coppie e dei nuclei familiari, indipendentemente da come poi li incarniamo formalmente. Si vede la differenza quando vengono troppo a mancare i nuclei familiari: nasce una sorta di libertà senza limiti. In sé la libertà è sempre benvenuta, ma come per tutte le cose ha dei limiti dopo i quali si determina un effetto paradossale: la maggiore libertà determina maggiori confusioni invece che maggiori opzioni. Il prototipo di tutto questo del nostro mondo postmoderno è probabilmente quello che già dalla fine del secolo scorso ha cominciato a essere chiamato, al solito soprattutto in inglese, soprattutto da studi americani, “Internet paradox”, il paradosso di Internet. E’ semplicemente la constatazione, a partire già dagli anni ’90, che inizialmente Internet dava una grande possibilità di ampliamento della conoscenza. Molto banalmente, un tempo mi era capitato a volte di prendere un aereo per andare alla British Library a Londra perché ha un catalogo immenso di cose molto interessanti da consultare; fra le prime cose disponibili con internet nel mondo i grandi cataloghi delle grandi biblioteche cominciavano a esserci e i testi più importanti cominciavano a essere digitalizzati. Quindi è un vantaggio enorme per la conoscenza: è tutto così veloce ed automoltiplicante, fa risparmiare energia e denaro in maniera incredibile, pensate anche solo al viaggio a Londra, al dover stare un intero pomeriggio in una biblioteca, alle spese … Tutto si semplifica ma, al tempo stesso, proprio perché si moltiplica esponenzialmente la possibilità di conoscenza, si raggiunge abbastanza rapidamente un punto in cui aumenta la confusione, non la conoscenza. Qui mi permetto di fare una divagazione. Nei primi anni 2000 ho in effetti partecipato a tavole rotonde con teologi o Vescovi perché avevo pubblicato un libretto che si chiama “La morte del prossimo”, che si trova ancora, e che constatava dei primi risultati problematici della digitalizzazione. Nella Bibbia sia in ebraico sia in greco sia nei Vangeli il prossimo è un concetto molto semplice e letterale, cioè vuol dire colui che è qui e che posso toccare. Il gesto di Tommaso che vuole “toccare per credere” non è che nasce nel vuoto, nasce dai testi, dalle abitudini ebraiche. Tra l’altro ho rotto un po’ le scatole sia a un paio di teologi cattolici sia al professor de Benedetti che era il più gran biblista, che ho conosciuto in diverse conferenze: sicuramente qualcuno di voi lo conosceva e lo ricorda ancora. Così gli ho chiesto: “Ma anche nell’ebraismo è così?” e mi risponde: “Sì, è assolutamente così! Anzi, io qualche volta dico che il prossimo di cui ci dimentichiamo è il condomino, prima dell’australiano!” L’australiano, ovviamente, deve essere prossimo, ma è un po’ astratto se tu te ne infischi completamente del condomino. Quindi, per tornare da dove ho iniziato la divagazione, abbiamo dei limiti, come delle curve che formano dei diagrammi. Ci sono due immagini nel libro, proprio queste curve che sono, se qualcuno ha studiato statistica, delle semplici gaussiane: hanno la forma a campana per cui un fenomeno tende a salire, ma solo fino a u certo punto. Niente sale all’infinito, anche le piante più alte conoscono un limite. Una volta sul limite ho dibattuto con con mio cognato che è uno studioso di musica e insegna al conservatorio di Salisburgo: dice che anche nella teoria musicale fino a un certo punto si può “andar su”, ma l’orecchio umano ha certe preferenze… Quando fai musica tieni conto di questo: l’acuto può essere molto bello, ma oltre una certa soglia invece ti rompe le scatole o i timpani… insomma ci sono in in tutti i campi dei fenomeni di limite. Il rispetto del limite è fondamentale per i principi etici che ci sono nel paganesimo e presso i greci, che erano poi quelli presso la Sibilla di Delfi, abbastanza interessanti per uno psicanalista. Uno è “conosci te stesso” e l’altro è “niente di troppo”.

Per dirlo con gergo junghiano il limite è un archetipo assoluto che non si può eliminare ed è un fatto materiale che si manifesta in un po’ tutti i fenomeni. Quello che contrasta con questo è praticamente ogni ideologia moderna, ogni ideologia laica, che tende a una soddisfazione di tipo quantitativo, che abbia un elemento etico di giustizia sociale come il marxismo, o sia il liberal capitalismo che dice che la libertà è accaparrarsi il mercato Tutto consiste nell’aumento delle quantità il che va a discapito invece della qualità di tutto ciò che avviene; naturalmente questo vale anche per un fenomeno così semplice come la sessualità, come la corporeità. Quello che vorrei evitare è l’idea che a un certo punto ho trovato questo tema l’ho un po’ approfondito e poi mi è piaciuto il titolo perché così si stupisce un po’. No, è un dato di fatto la nostra umana incapacità di rispettare dei limiti e quello che noi vendiamo in un mondo consumista in cui tutto si vende. La non svalutazione della sessualità come uno dei tanti beni di consumo è assolutamente in armonia con i principi non solo della Chiesa Cattolica, ma in genere delle religioni: eppure, la svalutazione della sessualità può essere più corrispondente all’idea che i beni di consumo si vendono dicendo “questo è piacevole”: per la sessualità tutti capiscono istintivamente che è piacevole. C’è poi però l’altro istinto assolutamente primario che guida la nostra esistenza materiale, cioè l’appetito: se non ce l’hai dimentichi te stesso, uno dimentica la specie e l’altro dimentica l’individuo… insomma, il mondo si ferma.

Già 10 o 11anni fa si cominciava a constatare, nel primo decennio di questo secolo, nei famosii famosi BRICS. Ecco, in Brasile e in India c’era un grosso slancio di crescita economica, si formano le nuove classi medie e questo fa pensare che il paese stia arrivando a una condizione più simile a quella del mondo occidentale. Ma uno dei segni da un lato confortanti per loro e dall’altro tristi per chi cerca di capire, con un’astrazione un po’ generale, l’essere umano, e che soprattutto le classi più semplici passavano direttamente dalla sottonutrizione alla ipernutrizione a un rapporto col proprio corpo completamente sbagliato. Questo è spaventoso e infatti, anche andand,o in giro, vedi poca gente ormai nelle città che abbia una corporatura normale. I più fortunati lo sappiamo già, siamo noi, non solo noi occidentali ma, diciamola tutta, noi italiani e francesi perché tra i piaceri abbiamo abbastanza quello del mangiar bene e il mangiar bene, sarà banale ricordarlo, significa mangiare cose genuine e non mangiare tanto. Quelli che non hanno un’educazione alimentare, quelli cresciuti con l’industria col cibo industriale come gli Stati Uniti, tendono alla ipernutrizione, tranne il solito segmento di ceto medio alto. Se andate a New York, questi segmenti medioalti, i professori universitari, gli psicanalisti… hanno una bella figura normale: man mano però che scendi nella scala sociale o che esci dalle grandi città o vai tra le masse che ora votano Trump a proprio svantaggio perché sono già svantaggiati, sono tutti sovrappeso… Quindi, se l’appetito è scappato via, non stupiamoci che anche la sessualità, che è uno stare nel nostro corpo, scappi via. Probabilmente l’uomo è talmente sopraffatto dalle macchine, dalle identità virtuali, fittizie che le sostituisce alle esperienze reali. Questo ha dei risvolti tragici e particolarmente evidenti nella sessualità. Ci sarebbero anche altre osservazioni da fare, probabilmente bisognerebbe scrivere qualcosa sul tema della identificazione. In questo momento della vita, in ritardo come capita oggi passati gli 80 anni, comincio ad avere dei nipoti. Un tempo si sarebbe stati almeno bisnonni. Ho una figlia che ha avuto un figlio a 40 anni, quasi 41, con i soliti spaventi perché in realtà il ginecologo cominciava a dire “Magari non ce la fa”. Poi ho un figlio che ha compiuto adesso 45 anni: anche lui ha avuto un bambino che adesso ha un anno. Insomma, io mi trovo naturalmente, ottantenne, a gattonare! Comunque seguire i piccolini è interessantissimo, perché ho una pazienza (che non ho avuto coi miei tre figli) nel vedere che cosa cercano e nel seguirne non soltanto la crescita fisica ma la crescita psicologica. Tra l’altro uno di questi piccolini che abita proprio vicino a me vuole sempre, quando passa vicino alla mia porta mi chiama: “Gnogno, gnogno”… I bambini hanno una sensazione, hanno un istinto a quest’età ancora molto animale. Quindi io penso che vederci spesso attivi dei bisogni che sono istinti innati e archetipi al tempo stesso. Il bisogno psicologico che corrisponde anche all’istinto è probabilmente quello di cercare il capo branco: per esempio, ho notato che mio nipote comunque tende poi a cercar me a venirmi dietro… Terribile, perché adesso ha imparato anche a suonare il campanello! L’interessante è il bisogno di identificazione, è qualcosa che non ha inventato l’educazione umana, è un proseguimento di quello che fanno i cuccioli nel mondo animale. Se pensiamo in termini evolutivi, fino a poche migliaia di anni fa praticamente non esisteva l’agricoltura; praticamente tutti i nostri progenitori erano cacciatori e raccoglitori, quindi si andava in giro per bande e i piccolini dovevano seguire. Oggi si studia anche l’epigenetica cioè come l’istinto si modifica; in realtà non è solo ereditato.La parte principale degli istinti è già presente dalla nascita quando il bambino non è ancora cosciente, ma ha già una psiche. Oggi, con i progressi delle neuroscienze, vediamo per esempio che il feto sogna: delle immagini anteriori ci sono e qualcuno ha la sensazione che sia quello che porta tutti nella direzione giusta. Questo istinto, che ho semplificato, probabilmente si riadatta quando vi si sovrappone quasi immediatamente una cultura : l’educazione prima della famiglia, poi del gruppo quando va l’asilo nido… Tutte questi passaggi sono importanti e secondo me vanno percorsi gradualmente: all’inizio molto con la madre e poi, appena possibile, anche molto con il padre, poi con tutta la famiglia, poi con altri bambini eccetera eccetera… Tutto questo però è saltato sotto i nostri occhi. Fino dai tempi di Napoleone con l’introduzione della scuola obbligatoria e del servizio militare obbligatorio, con la formazione dello Stato moderno certe istituzioni cominciano a vocare a sé quello che era semplicemente il compito della famiglia, ma nelle campagne, dove viveva la stragrande maggioranza gran parte della popolazione, questo arriva molto dopo. Le scuole arrivano solo più tardi e come si cresce? Si cresce stando in casa guardando il papà e la mamma che sono i modelli, ovviamente c’è facilmente anche qualche fratello o sorella maggiore ma sono semplicemente lo stesso modello. Ma cos’è l’istinto? Siccome c’è un’ammirazione per chi che è più grande, l’istinto è un“voglio essere come lui, lo imito” Tu continui a imitarlo e la cosa è facilissima perché l’ambiente è limitato, le occupazioni sono poche, quasi tutti fanno lo stesso mestiere dei genitori e persino la genetica ti aiuta perché assomigli ai genitori anche fisicamente…

Tutto questo comincia a sconvolgersi solo un secolo fa con l’invenzione della fotografia. Le famiglie più ricche avevano magari qualche ritratto di antenato: magari non avevi conosciuto il nonno perché si moriva presto, però c’era un ritratto. Ma è solo col ‘900 che arriva la fotografia e comincia a offrire dei modelli esterni e arriva il mercato di massa inventato anch’esso in America; per esempio, se qualcuno ha una certa età si ricorderà Epoca in Italia che era fatta sul modello di Life, aveva delle belle fotografie che ti davano il modello per la famiglia ideale, le critiche socialiste direbbero ”più borghese”. Poi si passa dall’immagine ferma al cinema poi alla televisione, quindi sempre più immagini e sempre più ideali. Adesso hai i social media, per cui un ragazzino e una ragazzina al tempo della pubertà o prima di arrivare alla pubertà hanno già un sacco di modelli ideali che non c’entrano più niente con la realtà. Ecco che cominciamo a intuire perché una cosa come la sessualità, che è legata naturalmente al provare una attrazione per altri corpi ma la cui precondizione è essere e star bene nel proprio corpo comincia invece a saltare: guardando tutte queste immagini scopri continuamente che sono, guarda caso, tutte più perfette di te… poi, anche se non sono perfette, oggi c’è il il ritocco fotografico con cui la rendi perfetta. Purtroppo qui di nuovo nasce uno svantaggio femminile: soprattutto le ragazze si appassionano a queste serie di immagini. La discussione tra genitori e ragazzi è continuamente “Come ti sei messa su Instagram? perché ti sei vestita così o svestita così?” Cose di una banalità e superficialità, invece del discutere, ad esempio, di che cosa succede a scuola. Vedo dai miei pazienti che le ragazze vogliono e cercano di rendersi attraenti sessualmente, però non riescono mai a essere come i loro modelli: di qui una vera e propria esplosione quasi incontrollata presso le ragazze di agiti autolesionisti, tipicamente tagliarsi le braccia e le gambe. Conoscerete di sicuro molti esempi di questo tipo ma mia moglie, che fa anche lei l’analista e segue anche bambini e adolescenti, racconta delle storie abbastanza angoscianti : ad esempio ha una ragazzina che è stata mandata in terapia perché si tagliava e adesso, oltre ad avere questo problema, ha problemi con tutta la classe e gli insegnanti: ora sono in cinque nella sua classe che si tagliano e accusano lei… In questo vuoto, quando la vita è troppo vuota, vogliono qualcosa e vedere il sangue probabilmente risponde a questa esigenza… Siamo diventati anche un po’ troppo una società delle assicurazioni in cui non capitano più grandi incidenti, non ci sono guerre eccetera eccetera. Non vediamo più la gente sanguinare come capitava un tempo, il sangue è una parte da sempre della vita umana per cui potremmo dire che c’è dietro forse un istinto. Si tratta però di un rapporto estremamente ambivalente perché nelle ragazzine invece molto spesso si lega a un’amenorrea che è legata a condizioni psicologiche, a un rifiuto del menarca, delle funzioni femminili. I maschi invece sono più portati al ritiro, quella che un tempo si chiamava con nome giapponese Ikikomori e che oggi la classificazione lo chiama “sindrome di ritiro”: semplicemente, non vanno a scuola. Una decina di anni fa sono stati chiamati invece con una classificazione dell’Unione Europea “NEET” (Not in Employment Education or Training). Se posso permettermi, non sono d’accordo con questa denominazione perché è assolutamente standardizzata sul fenomenologico, su quello che si vede dal di fuori e non sulla motivazione. In particolare invece nel sud dell’Europa, in Italia, in Grecia e in Spagna (in Italia molto più nettamente andando da nord a sud) c’erano i NEET semplicemente perché non c’era lavoro e la ricerca del primo lavoro era molto difficile: infatti non a caso andando verso sud aumentava la disparità tra i maschi e le femmine perché le famiglie cominciavano a dire alla femmina: “Rinunciamo, tanto ti sposerai e ci penserà tuo marito”, mentre il ragazzo almeno deve andare a scuola. Queste denominazioni sono assolutamente insufficienti perché bisognerebbe distinguere tra NEET esogeni ed endogeni, come vuole una classificazione psicopatologica, nel caso vi sia una patologia psichica veramente interiore. Nella qualidfica di NEET c’è solo la constatazione che non vai al lavoro: e in tutto il Meridione c’è un 50 % di disoccupati fra quelli che sono in cerca primo impiego e non lo trovano. È ovvio che si tratta fenomeni socioeconomici esterni, quindi, c’è una grandissima confusione.

Oggi si parla di sindrome di ritiro e la sindrome di ritiro è soprattutto maschile. Ne vediamo facilmente l’aspetto pratico che ci ha sempre guidato dei secoli, ma d’altro lato ne possiamo cogliere l’aspetto pericoloso. Nell’attuale società postmoderna, molto consumista, molto capitalista, la competizione continua ad aumentare: il fatto che nei maschi si cerchi di instillare l’impulso alla competizione, a vincere, lo trovo molto problematico. Se posso fare un altro piccolo autoriferimento, ho scritto un libro sul declino del padre. Ovviamente gli esseri di sesso maschile in tutto il mondo sono ancora sono circa 50%, ma il problema è che sono sempre meno padri e sempre più maschi. Tra i maschi la protettività verso le le nuove generazioni diminuisce e cresce invece la competitività tra le varie qualità maschili. Così, molti rimangono poi ventenni o trentenni anche man mano che salgono di di età. C’è meno il padre ma c’è invece più di prima un maschilismo che è stato addirittura introiettato dal genere femminile, perché magari la donna lavora in contesti anche competitivi, in cui certe donne in carriera di oggi sono donne di mezza età che sono perfette anche fisicamente, ma poi in quanto femminilità sono portate a essere dei guerrieri con i tacchi.. Tutto abbastanza complesso.

Per quanto riguarda la sessualità dicevo che ci sono fenomeni moderni non esistenti in precedenza e legati all’uso più deteriore della tecnologia. Non siamo, come si diceva un tempo, luddisti cioè non vogliamo distruggere la tecnologia per restare fermi nel tempo. La tecnologia porta dei vantaggi ,come dicevo a proposito di Internet, però ci vorrebbero sempre infiniti controlli in più per gli aspetti deteriori della tecnologia stessa. Gli aspetti positivi sono visibili e vengono immediatamente usufruiti ma poi la cosa si allarga e va fuori controllo. Con l’arrivare poi nella sessualità praticamente è quasi scappato di mano anche questo. Nella mia generazione si discuteva di educazione sessuale. Per esempio io ho frequentato una scuola cattolica ma non dai gesuiti e invidiavo molto i miei cugini di Roma che andavano al Massimo perché gli davano un’educazione sessuale: i gesuiti di Roma capivano questo già negli anni 60 o addirittura 50. Oggi il problema del portare l’educazione sessuale a scuola o portarla comunque agli adolescenti, portarla presto, portarla sempre più presto nelle medie, anche perché la pubertà tende ad arrivare sempre prima, per tutte le sostanze che ci sono in giro e perché, malgrado quel che si dice, in quello che mangiamo ci sono sempre troppi ormoni. Poco tempo alla figlia di una mia paziente, una bambina alla fine delle elementari, comincia a crescere la peluria sul pube, non è possibile a 9 anni. La mamma la porta da un endocrinologo; “Togliete le fettine di pollo e di tacchino”. Tolte le fettine di pollo e di tacchino sono spariti i peli alla bambina. La mamma, per far bene, voleva darle la carne, però carne leggera… Ovviamente dobbiamo riguardarci da tutto, ma soprattutto per quello che riguarda poi la sessualità dobbiamo riguardarci dalla telematica perché controllare la pornografia è diventato assolutamente impossibile e la novità-non novità è che si calcola che i maschi per il 98/99% guardino della pornografia. È più difficile dirlo con statistiche certe, ma si ritiene che una forte maggioranza ormai anche di bambine la guardi, non il 90% ma almeno un 70, comunque una maggioranza. Scusatemi se parlarlo esplicitamente, ma bisogna parlare di queste cose esplicitamente, il fatto è che il disastro a questo punto diventa probabilmente maggiore per i maschi. Questa è una cosa che non ha precedenti nella storia umana, perché i maschi vedono nella pornografia qualcosa che non esiste nella realtà. Per dirla in una formula forse un po’ banale, se prima la pornografia era un una creazione immaginale che imitava la sessualità adesso è talmente facile produrre e far circolare la pornografia, centinaia di milioni di di immagini ogni giorno, che la sessualità imita la pornografia e non viceversa. Allora questi ragazzi che vedono queste immagini pornografiche in cui c’è l’uomo che è uno stallone con 24 ore di erezione al giorno, o cose di questo genere, prima o poi avranno la prima esperienza sessuale e che cosa cosa succederà? Che gli crollerà completamente l’autostima, diventerà impotente… Niente di più normale, di più regolare che assolutamente non riesca! A questo punto salta il problema del secolo scorso per cui andava bene combattere gli eccessivi tabù, ma il fatto che durante il XX secolo i tabù abbiano continuato a cadere ha passato troppo tutti i limiti. Diciamo che i tabù sono caduti, vale la pena di riassumere come si arriva alla situazione attuale. Quello che noi pensiamo è anche un po’ influenzato dalla prevalenza di studi americani, perché gli studi americani per ovvi motivi sono i più completi e i più vasti: molto spesso però trascurano la dimensione storica, tutto è compresso nella storia d’America. Se andiamo a vedere la rivoluzione sessuale effettivamente inizia con Freud, anche se Freud era un moralista e non voleva affatto lanciare quella che è stata poi chiamata rivoluzione sessuale. Ho ricostruito anche una cosa interessante, che mi ricordavo vagamente da quando mezzo secolo fa studiavo sociologia, e cioè che chi ha portato la sociologia in America e fondato la società americana di sociologia in realtà era un russo, Sorokin, che aveva un’idea abbastanza tipica russa che ritrovate oggi nell’estremo iper-conservatorismo e anche nell’eccessivo maschilismo russo (che ha come conseguenze la devastante bellicosità e il fatto che i femminicidi siano del 1000% più alti che in Europa occidentale) Sorokin sosteneva il villaggio russo, in modo un po’ sentimentale, e pur essendo diventato il leader della Sociologia americana ha fatto una nota fuori dal coro: negli anni 60, ormai anziano, ha scritto contro la cosiddetta rivoluzione sessuale prevedendo che avrebbe portato a dei disastri. Lui aveva criticato questo, mentre pochissimi nel nostro Occidente l’hanno fatto. Tutti si sono sentiti perdenti a criticare il ’68 e i suoi aspetti innovativi e invece, probabilmente, cnteneva già degli eccessi. Avanzando nel ‘900 hanno continuato a cadere dei tabù e quindi, anche se non si tenevano ancora statistiche come in questo secolo, si può presumere senza tema di sbagliare dai pochissimi dati che abbiamo che la sessualità fosse in aumento, come quantità di sessualità praticata: si faceva meno attenzione alla fedeltà della coppia, si faceva meno attenzione alla illibatezza prima della matrimonio o comunque della decisione più seria e definitiva del vivere insieme; si è cominciato anche ad accettare quelle che ho chiamato le minoranze sessuali. Anche qui è interessante come i criteri di salute mentale che adottiamo anche in tutta Europa sono quelli del DSM, il manuale diagnostico statistico della psichiatria americana, quello che negli anni ’70 era il DSL. Non a caso negli anni ’70, mi pare nel 73, hanno tolto l’omosessualità delle patologie. Il che vuol dire non che è cambiato qualcosa, ma che come al solito cambiano le etichette. E’ anche molto pericoloso il DSM con le sue definizioni: si sono poi inventate nuove sindromi, per esempio di iperattività nei bambini, e questo ha portato poi alla nascita di un immenso mercato del Ritalin per i bambini iperattivi. Il problema è che i bambini sono attivi e che le nostre esigenze cambiano. Quindi è tutto molto complesso. Tutte le generazioni di psicofarmaci oggi riguardano tutta la popolazione , qualcuno di voi magari ne prenderà qualche tipo … ma non stiamo qui a a fare i moralisti a preoccuparci. Però il problema c’è.

Sono andato ieri a una celebrazione per Basaglia, sulla chiusura dei manicomi e il nuovo atteggiamento verso la salute mentale: ma comunque tutto è cambiato da allora. Prima si davano gli psicofarmaci ai cosiddetti matti e li si teneva richiusi o legati; man mano che arrivavano gli psicofarmaci, venivano legati con la chimica, meno coi lacci. Adesso non ha quasi più senso la distinzione perché tutti prendono psicofarmaci. Iio ho sofferto d’insonnia in tanti periodi della mia vita e ho preso, per esempio, delle benzodiazepine che possono dare un aiuto; è meglio però disfarsene appena puoi, perché se no siamo tutti tossicodipendenti. Mi permetto queste divagazioni per ricordarvi che cos’è la normalità: è il DSM. Ma il DSM da cosa è fatto? È anche spesso accusato di essere troppo succube di influssi delle grandi industrie farmaceutiche perché gli psicofarmaci, man mano che diventano interventi non per il cosiddetto malato, per il caso estremo, ma per l’individuo normale, creano anche un business estremo. Quello che è interessante, e torniamo alla sessualità, mi sono addirittura inventato una specie di slogan che sembrava uno di quei luoghi comuni del 68: “Fare l’amore non fa PIL”. Vale a dire che nessuno si accorge o nessuno discute del fatto che la sessualità stia crollando perché in sé la sessualità è differente da quello di cui discutiamo veramente e che sta sulla prima pagina dei giornali o in prima serata alla televisione, cioè i problemi economici; la sessualità non ha una conseguenza economica diretta, ma lo fa indirettamente. Metà Milano ormai è tenuta in piedi dalla moda che ti vende una specie di ammiccamento sexy ed è diventata francamente piuttosto stupida. Cerca di convincere, basta vedere le pubblicità: non riesci più bene a distinguere tra quelle che un tempo erano le riviste per soli uomini e le riviste di moda, tante sono le quantità di pelle esposta, naturalmente in prevalenza femminili. Non si tratta dela sessualità in sé, ma è la tematica della sessualità come provocazione. In sé questo non significa affatto che ci sia più o meno sessualità. Se andiamo a vedere i numeri, invece, la sessualità c’è molto di meno. In alcuni paesi si tengono statistiche approfondite, soprattutto la Gran Bretagna ne tiene da molti decenni su un campione almeno 15.000 persone; ogni volta dipartimenti di statistica diuniversità molto attendibili ci dicono appunto che la sessualità ha percoro una delle curve alle auqli accennavo prima: ha continuato a crescere negli ultimi decenni del ‘900, quando già c’erano le statistiche inglesi, poi è arrivata a un plafone e ha cominciato a scendere; scende decisamente in questi due decenni e mezzo del XXI secolo. Contemporaneamente aumenta nei ragazzi il ricorso alla masturbazione e anche di questo dobbiamo parlarci apertamente. Un tempo a scuola si faceva un gran discutere , con grandi battute ma anche con una grande angoscia sulla masturbazione. Sembrava poi, col ’68 e con gli anni ’70, con la rivoluzione sessuale,fosse diventata un tema del passato, perché non era più tanto tabù e perché c’era maggiore elasticità nei comportamenti sessuali. Adesso invece tutte queste statistiche mostrano un ritorno molto forte della masturbazione. Mentre nel ‘900 continuava a diminuire l’età media del primo rapporto: va bene la tolleranza, va bene far cadere i tabù, ma non può continuare a diminuire indefinitamente l’età del primo rapporto: a un certo punto esiste una cosa che si chiama pedofilia. Indipendentemente dal moralismo con cui guardiamo la sessualità, va completamente contro una legge umana di rispetto della mente non ancora preparata. Adesso invece l’età del primo rapporto continua a crescere e questo dovrebbe andare benissimo, le statistiche americane tranquillizzano perché sono crollate le gravidanze indesiderate che erano molto tipiche dei settori svantaggiati, tipicamente gli afroamericani. È quello che porta poi al non avanzamento di metà della popolazione afroamericana: il grande svantaggio non è economico, non è solo economico, perché in America se poi si vuole i soldi ci sono, da qualche parte si tirano fuori. Il problema è che una cosa è la famiglia di Obama, quelli che vanno all’università, un’altra la famiglia del ghetto. Quando hanno eletto Obama, una cosa di cui noi non ci siamo resi conto sono state le campagne che facevano all’interno degli Stati Uniti, nella metropolitana di New York, con poster pagati da fondi pubblici che invitavano i giovani maschi afroamericani alla fierezza dell’essere padre. Questo “voi non sapete com’è bello” trasmesso da quell’uomo che era bello, ricco, di successo e che è diventato presidente degli Stati Uniti… Eppure, il grande svantaggio nelle classi più basse è sempre stato quello delle gravidanze. Adesso effettivamente sembra le cose siano molto migliorate in questi decenni, ma anche lì non si capisce bene. Per quali motivi, perché sono migliorate? Perché c’è un ritorno prepotente della masturbazione, perché le coppie si scambiano immagini di sessualità per telefono e oppure perché hanno incontri omosessuali o a gruppi, eccetera…? Ci sono infiniti sostitutivi che non ci parlano di un vero ordine che sostituisca il disordine delle gravidanze minorenni. Le cose sono abbastanza complesse e soprattutto queste statistiche americane sono un po’ semplicistiche rispetto a quelle inglesi. Che cosa si può fare? La prima cosa è limitare l’accesso alla telematica ai minorenni, ma comunque anche questo non è sufficiente perché dietro sta molto spesso una inversione del rapporto tra i genitori e i figli. Ve la dico in modo più banale: un tempo, quando il ragazzo ne combinava qualcuna a scuola l’insegnante scriveva una nota e la prossima volta il ragazzo tornava a scuola accompagnato da un genitore, possibilmente il padre (la parola patriarcato non è solo uno slogan inventato dal ’68, c’era veramente), perché di solito andava la madre a parlare con gli insegnanti e si presumeva che il padre avesse un po’ più di efficacia perché ci veniva poco, ascoltava l’insegnante, alzava il ditino guardando il ragazzo… Oggi l’insegnante fa una nota al ragazzo, quello va a casa e poi torna a scuola all’incontro con l’insegnante ma il padre, accompagnando il ragazzo, alza il dito guardando l’insegnante, non guardando il ragazzo, e dicendo di non permettersi più un’altra nota. Il figlio è diventato una protesi dell’identità del genitore, del suo narcisismo, del suo egocentrismo, del suo farsi bello… Quindi i ragazzi impareranno a esistere in funzione delle immagini di sé che mettono sul telefono: ma sono solo delle immagini, non sono la realtà e non sono neanche dei veri sostitutivi della realtà. Faccio anche un esempio che m’ha colpito molto nella mia professione. Un tempo la prima, l’unica, banale regola che si poteva dare a un paziente quando veniva in analisi “Va bene, allora cominciamo a vederci, siamo a questo. L’unica cosa che magari posso consigliarle è questa: si metta un un notes sul comodino e se fa dei sogni che la colpiscono si prende un appunto: ma lo faccia subito perché poi la giornata porta altre preoccupazioni. E’ molto tipico di noi come siamo scissi da quello che siamo veramente nel profondo e che ci dice delle verità su noi stessi”. Per esempio, per stare al tema della sessualità c’è chi dice: “No, no, io sono fedelissimo” e poi tira fuori continuamente dei sogni in cui tradisce il partner o la partner. Gli dici: “Adesso discutiamo un po’, perché non sei colpevole per i sogni“, tema che trattava già Sant’Agostino se non sbaglio. Oggi il paziente va a dormire e su un comodino invece del notes mette l’iPhone e quindi il giorno dopo va dall’analista e racconta: “Ah guardi ho fatto un sogno interessantissimo! Dunque, cominciava così…”, ti legge una riga e poi “Sa, c’era un’immagine ma non mi ricordo più se è l’immagine che ho ricordato del sogno o un’immagine che ho visto appena aperto il telefono.” Ecco, primo atto della mattina è aprire il telefono e guardare, quindi questo racconto fa un po’ ridere, ma in realtà è un segno di perdita dell’interiorità. Che si sia laici o religiosi la perdita dell’interiorità è preoccupante, perché è dall’interiorità che poi ci vengono la condotta morale e l’affettività: anche la sessualità è continuamente sballata da tutte queste immagini ammiccanti che ovviamente si sono completamente distaccate dall’affettività. Con tutte le oscillazioni delle varie morali laiche o religiose e delle varie generazioni, quello che rimane in comune per quanto riguarda una sessualità civilizzata è l’esigenza che non sia soltanto consumistica ma che ci sia una corrispondenza tra affettività e sessualità: se passa attraverso queste immagini ovviamente ci perdiamo e se è ispirata unicamente da immagini esterne l’eccitazione sessuale è già in partenza condannata a una insoddisfazione. E’ interessante, secondo me, constatare che, agendo la sessualità in un certo modo, non soltanto tu fai del male a un’altra persona, al tuo tu partner o alla tua partner, ma fai del male a te stesso, combini dei pasticci, perdi il tuo equilibrio. Uno dei casi più tragici che ho avuto negli ultimi anni è quello di una madre che è venuta in analisi perché pochi mesi prima si era ucciso suo figlio diciannovenne. Per farla breve, lei veniva da una storia brillante: aveva fatto una sua carriera negli studi, nella politica, guadagnava molto bene ed era arrivata in alto anche come ruoli da molti punti di vista. Però veniva da un piccolissimo paese del Sud e aveva questo ricordo di repressione: assolutamente non far mai vedere le gambe… Quindi aveva questa ideologia: il figlio doveva essere libero, doveva godersi la sessualità come voleva e, visto che avevano soldi lui faceva anche gli studi all’estero. Quando era qua a Milano, magari telefonava e diceva “Adesso parte l’ultima metrò, quindi vengo subito, potete venire a prendermi?” e la madre rispondeva “No, non ti preoccupare ti pago il taxi oppure ti pago l’albergo… Tu prenditela la comoda”. Sempre senza dire: “Eh, fai il Don Giovanni…”, ma era chiaramente sempre un invito a essere questo. Era un ragazzo normale e una volta, semplicemente, si è ucciso. Non era neanche più in Italia, c’erano molti stimoli, era un ragazzo appunto bello, intelligente, dotato, e le ragazze lo stuzzicavano “Allora cosa fai questa notte?”. Lui non ha resistito a questa situazione: quella che era tradizionalmente una violenza psichica, prima ancora che fisica, fatta dall’uomo sulla donna si è vista in questo caso anche al contrario. Questo ragazzo si è ucciso e so di altri così, ma questo l’ho visto nella mia paziente. Si può dire che purtroppo ho dovuto aiutarla mentendole, perché ho cercato di non farla sentire responsabile. In realtà era una malintesa liberazione dei genitori che aveva favorito crollo psichico di questo ragazzo.

Luigi Zoja, nato nel 1943. Diplomato nel 1974 allo C.G. Jung Institut di Zurigo. Ha lavorato in clinica a Zurigo, poi privatamente a Milano, a New York e ora nuovamente a Milano come psicoanalista. Presidente del CIPA (Centro Italiano di Psicologia Analitica) dal 1984 al ‘93. Dal 1998 al 2001 presidente della IAAP (International Association for Analytical Psychology), l’Associazione che raggruppa gli analisti junghiani nel mondo, poi Presidente del Comitato Etico Internazionale della stessa. Già docente presso il C.G. Jung Institut di Zurigo, presso l’Università dell’Insubria e attualmente presso l’Università di Macao (Cina).

Ha tenuto corsi e conferenze presso università e altre istituzioni in Italia, Svizzera, Germania, Austria, Gran Bretagna, Danimarca, Olanda, Francia, Grecia, Rep. Ceca, Russia, Polonia, Romania, Bulgaria, Lituania, Slovenia, Israele, Giappone, Cina (Rep. Pop.), Stati Uniti, Messico, Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Equador, Venezuela, Tunisia, Sudafrica.


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