La coppia: costruzione e cura dell’alleanza

Conferenza del 20 novembre 2025

La relazione di coppia nella Bibbia non è una tra le tante, ma la più significativa per rimandare a quella costitutiva fra Dio e l’umanità e rappresentare anche la relazione stessa che Dio vive in Sé.

Per questo si può parlare, più in generale, di una “metafora sponsale” che percorre tutta la storia del popolo con il Signore, di cui il matrimonio è l’espressione storica, istituzionale e sacramentale.

Ma come fare esperienza di questo “di più”, di questo “oltre” della relazione sponsale?

Qui sotto le registrazioni video e audio della conferenza del 20 novembre 2025.

Qui sotto la trascrizione della conferenza

La coppia: costruzione e cura dell’alleanza

Roberto Roveda – Centro Giovani Coppie San Fedele: Buonasera a tutte e a tutti. Benvenuti a questo secondo incontro del ciclo di conferenze del Centro Giovani coppie San Fedele 2025-26.Titolo del percorso è “La coppia, creazione che continua”. Questo incontro è con padre Giuseppe Trotta, che è tornato a trovarci dopo un po’ di anni. Vorremmo parlare con lui di un tema piuttosto importante: “La coppia, costruzione e cura dell’alleanza”.

P. Giuseppe Trotta: Grazie per questo invito. Sono tornato molto volentieri e devo dire che sono molto emozionato. Vedere tanti amici, ma anche tanti volti nuovi qui presenti in in sala… Con molto piacere sono sono venuto qui per dirvi qualcosa sull’alleanza, su questo tema che è una delle categorie fondamentali che la Bibbia utilizza per parlare della relazione che Dio stabilisce con l’umanità e con il suo popolo e che, in qualche modo, è anche una relazione tra umani, tra persone. Come termine di per sé l’Alleanza nasce nell’ambito dei patti giuridici, quindi in un ambiente politico-militare dove c’erano dei patti di vassallaggio, dove c’erano un re che forte potente e un re più debole che aveva bisogno di protezione e si univa a uno più forte per stabilire questa relazione di alleanza, che prevedeva una serie di clausole di aiuto, di sostegno. Così, chiaramente, il re più forte proteggeva il popolo più debole e, viceversa, il popolo più debole era tenuto a pagare un tributo. A partire da questo ambito politico-militare l’alleanza nella Bibbia assume connotazioni molto più ampie. Stasera vi vorrei presentare tre contesti diversi cui la parola alleanza si specifica attraverso metafore che vengono utilizzate, creando un modo di parlare di questa relazione fra di Dio gli uomini e fra gli uomini tra loro che va molto oltre i discorsi giuridico e politico-militare, per arrivare addirittura alla relazione sponsale, che è poi quella che ci interessa. Sappiamo dallo studio del linguaggio che un termine di per sé indica e rende presente una realtà, ma quando poi viene messo in un contesto acquista la sua significatività e il suo senso. Ecco, questo vale anche per la parola di Dio. L’Alleanza, vi dicevo, rimanda a questo tipo di rapporti, ma quando poi viene utilizzato nella Bibbia in diverse situazioni, si specifica e ci dà delle indicazioni. In particolare, io vi voglio indicare alcuni aspetti, alcuni elementi, chiamiamoli così, strutturali di questa relazione di alleanza, di cui poi è bene prendersi cura anche nella relazione di coppia. Adesso vi presento questi tre ambiti, poi insomma lasciamo spazio di intervento e di domande.

Il primo contesto, se andiamo a leggere la Bibbia, in cui compare la parola alleanza è il diluvio universale. Dio si è reso conto che l’umanità è corrotta, che il male ormai ha preso talmente piede, che è così dilagato sulla terra, che non c’è possibilità di rimedio. E quindi manda il diluvio ma salva Noè, e la sua famiglia, perché è l’unico uomo giusto, l’unica persona giusta che trova. Dopo il diluvio, con Noè Dio stabilisce l’alleanza. Questa è la prima volta che compare questo termine, tant‘è vero che si parla di alleanza noachica. Dio dice a Noè: “Io ti prometto che non tornerò più a distruggere la terra, stabilisco la mia alleanza con te”. Allora, vedete, il primo elemento che è tipico si trova qui per la prima volta, ma poi si trova anche in altri contesti dove si parla dell’alleanza: è quello della promessa. L’alleanza è basata su una promessa, su un impegno, è qualcosa che rimanda al futuro. “Io farò o non farò questo” e Dio promette che la terra non verrà più distrutta. Ora, siccome l’alleanza ha sempre questo aspetto di promessa, di futuro, di qualcosa che si compirà in futuro, la domanda che può nascere quando ci troviamo di fronte a una relazione di alleanza, è Quando sarà utile la promessa?”, perché la promessa è qualcosa che ancora non è avvenuto. Allora, nel caso del Diluvio universale, quando si compie la promessa? Ma anche adesso! Perché, nonostantetutto il male che c’è nel mondo e che possiamo constatare, siamo qua e siamo vivi. Dio non non è tornato a distruggere la terra, in questo caso la promessa è sempre attiva. Dio hapromesso di non distruggere la terra e possiamo vedere che è vero, proprio perché stiamo male. La terra non è statadistrutta.

Questo è un primo caso, il primo esempio, dove questa promessa permette la sussistenza, permette di continuare a vivere, di essere. Se volete, non a caso è la prima alleanza che viene stabilita, perché senza questa non ci potrebbe essere neanche il resto, no? Questo tipo di promessa che è contenuta nell’alleanza noachica la potremmo definire ecologica: qui Dio non dice tanto che non distruggerà l’uomo, ma la terra, l’ambiente in cui l’uomo e l’umanità vivono, senza il quale non ci sarebbe la possibilità neanche per noi di vivere. Sottolineo questo aspetto perché la relazione con l’ambiente è presente anche in altre strutture di alleanza, in altri elementi, in particolare in quella sponsale. Ma riprenderemo questo tema in seguito.

Se primo aspetto è quello della promessa, un altro aspetto tipico dell’alleanza è una figura, qualcosa che rimanda, un segno, qualcosa che la rende presente, che la ricorda, che la evoca. Nel caso del diluvio universale sapete che il segno è l’arcobaleno. L’arcobaleno è una forma di arco, Dio mette il suo arco nelle nubi. Quando dopo un un temporale, anche forte, compare l’arcobaleno è il segno che nonostante la violenza, magari anche nonostante l’alluvione, la terra non è stata distrutta. Quell’arco che è un segno di distruzione, si faceva la guerra con l’arco e le frecce, diventa invece un segno di alleanza, di pace e di sicurezza. Dio pone questo arco e questa questa figura di alleanza è qualcosa che compare. Mentre il fatto che la Terra non venga devastata è sempre attivo, lo possiamo constatare sempre, l’arcobaleno invece compare in certi momenti dopo i temporali: la figura dell’alleanza quindi, pur essendo nota, compare solo in certi momenti. Sono rimandi come flash, qualcosa che ti ricorda questa cosa, che la evoca.

Quindi vediamo i tre elementi fondamentali della struttura di alleanza, la promessa e quindi la domanda quando si compie, la figura di compimento, il segno dell’alleanza e un riferimento. In questo caso il riferimento è all’ambiente.

Se andiamo a scorrere le pagine della Bibbia c’è un altro contesto in cui avviene l’alleanza, quello più strettamente militare. Dio protegge il popolo dai suoi nemici e infatti l’alleanza, questo tipo di alleanza, compare nell’Esodo. Nell’Esodo, quando Mosè legge la legge, al capitolo 23 Dio dice: “Ecco, io mando un angelo davanti a te per custodirti sul cammino e per farti entrare nel luogo che ho preparato. Abbi rispetto della sua presenza, dà ascolto alla sua voce e non rivelarti a lui. Egli infatti non perdonerebbe la vostra trasgressione perché il mio amore è inlui. Se tu dai ascolto alla sua voce per quando ti dirò, io sarò il nemico dei tuoi nemici e l’avversario dei tuoi avversari”. Questo è un altro contesto di alleanza dove Dio promette di proteggere il popolo, mentre l’alleanza noachica è un’alleanza universale. Dio fa alleanza con l’umanità. Qui invece Dio fa alleanza con un popolo particolare, il popolo di Israele appena uscito dall’Egitto e promette di difenderlo dal male.

Anche qui vedete c’è una promessa, qualcosa che si compirà quando si manifesterà una minaccia, quando il popolo in qualche modo sarà minacciato da un nemico, da qualcosa di esterno. Allora, anche qui ci potremmo chiedere quando si compie questa alleanza. Qui la questione è un po’ più ambigua, è più difficile da discernere perché facilmente si potrebbe pensare che questo tipo di alleanza militare, un Dio guerriero, si compia appunto quando Dio va in guerra con il suo popolo contro i nemici: purtroppo questo tipo di metafora di Dio guerriero è utilizzata, è stato stata utilizzata nella storia e anche di recente. Purtroppo i più fondamentalisti in Israele, non solo la utilizzano proprio per giustificare qualcosa che è assolutamente ingiustificabile ma, se guardiamo la storia, la storia di Israele, questa metafora di un Dio guerriero (che però dobbiamo specificare meglio), questo tipo di alleanza viene espressa attraverso la metafora regale. Dio è il re perché era il re che conduceva il popolo e che si metteva alla sua testa contro i nemici. Quindi l’alleanza viene espressa e declinata attraverso questo tipo di metafora regale. Se andiamo a vedere, in realtà, Dio non ha difeso il popolo dai nemici. Non è successo così quando è stato riportato in Babilonia. Non è stato così nel 70 quando i romani erano andati a distruggere il tempio. Purtroppo non è stato così nemmeno nella seconda guerra mondiale. Questa metafora del Dio guerriero nella storia non si è attivata con questa forma violenta, quanto piuttosto con un intervento dopo queste catastrofi. Dopo l’esilio in Babilonia Dio ha suscitato lo spirito in Ciro, un re persiano che fa un editto e fa tornare in Israele i deportati che ricostruiscono il tempio. Dio non ha permesso che il popolo venisse distrutto. Però questa metafora regale la possiamo capire meglio nell’ottica cristiana quando la applichiamo a Cristo, perché è l’ottica pasquale. Nel Vangelo di Giovanni è molto chiaro questo. Lo si legge sempre durante la Pasqua: Gesù è presentato come re nel dialogo, quello tra lui e Pilato. “Tu sei re.” E Gesù dice, “Tu lo dici, ma se il mio regno fosse di questo mondo, avrebbero combattuto per me”. Nel Vangelo di Giovanni è chiaro che, in quel momento, Gesù manifesta la sua regalità salendo sul trono che è la croce. La figura, il segno dell’alleanza è la croce, la morte e la resurrezione. Non so se vi è mai capitato, se avete mai visto dei crocifissi del Medioevo, del periodo tra l’ottavo e il dodicesimo/tredicesimo secolo, tipo il crocifisso di San Damiano… L’avete presente? Nelle raffigurazioni del Medioevo, Gesù è rappresentato in croce vivo.

A Pisa, nella chiesa universitaria di San Frediano, c’è un bellissimo crocifisso del X secolo dove Gesù è vivo. Ce n’è un altro, che addirittura è ligneo, che raffigura Gesù con la croce e con un tipo di tunica che era la veste dell’imperatore, perché era chiaro che era quello il momento in cui Gesù aveva mostrato la sua regalità, attraversando la morte, risorgendo e quindi sanando il regno. Questa metafora è un po’ più delicata, complessa, ma fondamentalmente conserva quella promessa di liberazione dal male, non nella forma in cui magari ce l’aspettiamo, ma come attraversamento del male, impedendo che il male possa segnare la fine, la distruzione. La figura, almeno per i cristiani, è quella del crocifisso, però non quella dei crocifissi attuali, in cui Gesù è morto. In seguito alle invasioni, alla riforma, alle guerre religione è prevalsa la raffigurazione di Gesù sofferente, i crocifissi del 1700 sono pieni di sangue, èprevalso l’aspetto dolorifico della passione e l’aspetto invece reale di vita nuova è rimasto in secondo piano, ma non lo dobbiamo mai togliere, perché se no non c’è speranza.

Faccio una parentesi, io parlo di metafora perché in questi casi il linguaggio ha bisogno di un’espressione particolare. Quando noi diciamo che Dio è re, non stiamo dicendo che è re come un re terreno, ma utilizziamo un’espressione metaforica. La metafora è un modo di parlare in cui due realtà diverse vengono associate e, nell’associazione di queste due realtà, si crea un significato nuovo che aiuta a specificare quello di cui si parla e a trasmettere un’idea. Il linguaggio amoroso è un linguaggio metaforico. Quando l’amato dice all’amante sei un tesoro, è una metafora, perché l’altro non è un gioiello, non è realmente quello, ma l’espressione serve a dire “Sei una persona preziosa, ti stimo ti voglio bene, ti amo”. Con questa espressione metaforica abbiamo un’espressione molto potente, perché dice qualcosa che non è materialmente vero, però dice qualcosa che rimanda a un significato grande, potente: è il linguaggio tipico per parlare di Dio. C’è poi il linguaggio analogico, che invece è basato sulla similitudine: “Sei come…”. Lo troviamo anche nella metafora regale quando, per esempio, il profeta Isaia dice: “Il Signore avanza come un eroe, come un guerriero”. Questo “come” è un linguaggio analogico. Se, invece, andiamo nell’ambito della relazione di coppia, della relazione d’amore, nel Cantico dei Cantici, a un certo punto e l’amato dice “Sono come un giglio” e l’amata ripete questa espressione. Questo inciso serve a dire che nel linguaggio ci sono delle metafore, delle espressioni che ci servono a dire una realtà che è più grande, che trascende la realtà di cui normalmente parliamo. In questa seconda metafora, per parlare dell’alleanza, della metafora regale, anche qui si trovano la promessa, la figura e il complimento di questa promessa. Il terzo contesto in cui si parla di alleanza è invece il contesto della relazione uomo-donna e la metafora che viene utilizzata è la metafora nuziale, che è quella che poi ci interessa. Molti esegeti, molti studiosi, la ritengono proprio la metafora delle metafore, quella dove veramente c’è il compimento, quella che comprende anche le altre due. Per parlare di questa metafora nuziale dobbiamo partire dai testi fondamentali della creazione. Ci sono due racconti di creazione; nel primo si dice che Dio, a un certo punto, nel creare l’umanità, crea l’umanità duale. L’umanità è creata duale, maschio e femmina e la coppia è l’immagine stessa della trinità. Il secondo racconto invece è un po’ diverso perché viene creato prima l’uomo, Adamo, poi la donna: quindi l’umanità è comunque duale. Questo modo di creare però nasce perché Dio crede che non è bene che l’uomo sia solo e quindi la coppia e la relazione di alleanza della coppia nascono come la promessa che l’uomo non sarà solo. Quando nel secondo racconto vengono creati tutti gli animali Dio li presenta all’uomo per vedere come li avrebbe chiamati, ma l’uomo, dice il testo, non trova un aiuto che gli sia simile: Dio invece gli vuole fare un aiuto che gli sia simile. Questa espressione “un aiuto che gli sia simile” letteralmente in ebraico è “un aiuto come di fronte a lui”. La donna è creata perché l’uomo ha bisogno di qualcuno che può guardarlo in faccia, sono due volti che si devono guardare; non solo, qualcuno con cui può dialogare, una realtà che può nominare, come aveva nominato gli animali, ma che risponde: gli animali non rispondono al nome! In questo primo racconto si esprime una realtà dialogica di reciprocità. Spesso si dice nella coppia uomo e donna sono complementari: non è che sia falso, però se guardiamo nella prospettiva biblica dobbiamo parlare piuttosto di reciprocità. C’è una reciprocità già nel solo stare l’uno di fronte all’altro, nel poter dialogare. Una relazione è reciproca più che complementare, anche se nella differenza, chiaramente, in particolare la differenza sessuale. In questo primo racconto, però, quando l’uomo dice “Questa si chiamerà donna perché è stata tratta dall’uomo, è ossa delle mie ossa…” in realtà non c’è ancora questa espressione dialogica perché, più che parlare alla donna, l’uomo parla della donna che è forse, nella prospettiva dell’uomo, ancora un po’ quasi un oggetto. Non è scattato ancora il rapporto dialogico: non succederà neanche dopo nel racconto che segue, che è la trasgressione, perché lì si dice soltanto che Eva diede all’uomo da mangiare il frutto dell’albero proibito, ma nonsi dice che c’è un dialogo fra i due. In quel contesto di trasgressione dove vengono stravolte le relazioni, anche quella fra uomo e donna, Diodice alla donna: “il tuo istinto sarà verso il tuo uomo, ma lui ti dominerà”. Qui c’è un elemento di rottura dell’alleanza: in questo rapporto vienerotta l’alleanza tra l’umanità e Dio, perché Dio viene presentato dal serpente non come un alleato ma come un concorrente, uno che non vuole la felicità del genere umano, e viene rovinata anche la relazione uomo donna. Il racconto precedente si conclude dicendo “erano nudi e non avevano vergogna” per dire eranoesposti l’uno all’altro, non c’erano filtri, si vedevano esattamente come erano, ma questo essere esposti non creava problema perché l’altro non è mio nemico, non è qualcuno da cui mi devodifendere. Dopo invece sì, perché c’è questo istinto che rimanda al desiderio,alla questione sessuale, che però è dentro un rapporto di forza: “lui tidominerà”. Allora, partendo da questi racconti dove c’è una promessa, c’è unalleanza che viene rotta, ci potremmo chiedere: “Dov’è che le cose vengono rimesse a posto?” La risposta è nel Cantico dei cantici. Il cantico dei cantici presenta la relazione uomo-donna in una formarovesciata anche molto sorprendente. Se leggete il Cantico deicantici nel 50-60% del testo è la donna che parla.Alcuni esegeti dicono che questo cantico potrebbeessere stato composto da una donna. È un canto d’amore. I protagonisti sono due amanti e a un certo punto ladonna dice: “Io sono del mio amato e il suo desiderio èverso di me”, riprendendo proprio lo stesso termine che era stato usato nellaGenesi per parlare della della trasmissione della caduta. In questo caso il desiderio, l’istinto, è ancora dell’uomo verso la donna, però non è più dentro un rapporto di forza ma in un rapporto direciprocità: la donna poi dirà: “Io sono per il mio amato il mio amato è per me”. È la donna che parla e l’uomoche risponde, sono i due amanti che si cercano in un contesto in cui la relazione è vera. È interessantenotare che il cantico dei cantici è un canto d’amore, è un poema erotico,infatti viene da chiedersi: “Ma come mai si trova nella nella Bibbia questo cantico?” Se non l’avete letto, leggetelo perché èstraordinario, è sorprendente. Fu tenuto perché, nel secondo secolo, quando i rabbini discussero seeffettivamente accoglierlo tra i libri ispirati (in particolare uno di loro, Rabbi Akiva) dissero che questo era il grande dono che Dio avevafatto al popolo di Israele perché lo interpretavano allegoricamente, vedendo nel rapporto fra questi due amanti la relazione fra Dio e il popolooppure la relazione fra Dio e l’anima; avevano messo in secondo piano la materialità del testo che invece di per sé è un canto d’amore dove la relazione erotica è presente ma non è maidescritta, è sempre evocata. Ecco perché parliamo del Cantico deiCantici come espressione della metafora nuziale: la relazione non viene descritta nei suoi particolari o nell’espressioneanche fisica, ma viene evocata attraverso delle immagini.Per esempio, a un certo punto dice “Sei come un giardino chiuso, una fontana sigillata”, oppure in un altro passo lei è chiusa in casa, l’amato mette la mano nella porta, cerca di aprire, ma lei resiste; l’amato va via,lei poi apre la porta e lo cerca, però le guardie la trovano in città, l’arrestano e la maltrattano perché pensano che sia una prostituta. Cisono tutte queste immagini, questi rimandi, ad una relazione tra dueamanti che si cercano, si trovano, si perdono. Rispetto alla loro relazione,la dimensione sociale, i fratelli di lei o le guardie della città, diciamo le istituzioni, sono piuttosto un ostacolo e non un aiuto. Se pensate che questo testo potrebbe essere del terzo secolo avanti Cristo è sorprendente. Gli esegeti, gli studiosi ci dicono ché il Cantico dei Canticinon ha come riferimento l’istituzione matrimoniale, non si parla mai di matrimonio,si parla invece di qualcosa ancora di più fondamentale che è la relazione nuziale, qualcosa di più che, presa come metafora, può essere poi utilizzata anche per parlare d’altro: proprio perché la relazione viene portata su un piano metaforico può essere utilizzata anche per parlare della relazione tra Dio e il popolo in termini appunto sponsali.

Qual è il l’alleanza che c’è qui? È l’alleanza nuziale tra l’uomo e la donna che è il fondamento di tutta la relazione che è alla base dell’alleanza e la figura di questa alleanza non è tanto la relazione erotica che viene suggerita ma mai descritta, quanto piuttosto, verso la fine del cantico, il compimento di questa alleanza è in un sigillo. Lei dice: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio, perché è forte come la morte e l’amore, tenace come il regno dei morti è la passione. Le sue vampe sono vampe di fuoco, una fiamma divina”. Il compimento, il segno di questa alleanza è questo sigillo. Il sigillo era qualcosa che il re metteva sulla lettera, in modo che chi la riceveva riconoscesse chi era il mittente, ma vedesse anche se era stata aperta da qualcuno. Serviva anche a dire “Questa cosa è di questa persona, è per questa persona e non per altri”. Ecco quindi anche qui una relazione di reciprocità e di dono specifico. Questa relazione è questo sigillo forte come la morte, è qualcosa di inevitabile, qualcosa a cui non c’è rimedio. Ecco perché il cantico è l’amore preso nella sua dimensione più passionale, più profonda, più radicale. Ecco perché anche si parla di una metafora nuziale che va anche oltre la dimensione puramente istituzionale, giuridica, sociale dei matrimonio. Tenete presente che all’epoca il matrimonio era un patto fra le famiglie. Noi siamo abituati a pensare al matrimonio in termini sentimentali, sarebbe assurdo per noi che due persone che si sposassero perché qualcun altro le ha messe insieme. Ma l’amore sentimentale, il matrimonio basato sull’amore sentimentale è un’acquisizione recente perché anche nelle nostre società, io sono del Sud, fino a poco tempo fa, erano le famiglie che si mettevano d’accordo: in tante culture orientali, in particolare, è ancora così. Tempo fa facevo un pellegrinaggio in Turchia e sono andato, con padre Paolo Bizzeti e altri a conoscere dei pastori curdi e una coppia ci ha invitato a casa: erano marito e moglie con cinque figli e ci hanno raccontato la loro storia. Le loro famiglie li hanno messi insieme e hanno chiesto a lei se voleva sposarlo; lei ha risposto di sì perché sapeva che lui suonava la chitarra. Allora li hanno fatti incontrare, hanno parlato tre minuti e si sono sposati: sono una bellissima coppia. Uno dice “Ma ciò è assurdo!”, ma in quella cultura funziona così. Questa, grazie a Dio, è una storia che è andata bene, altre storie non vanno altrettanto bene. A volte dei rifugiati, che ho conosciuto a Roma quando lavorava al centro Astalli, mi raccontavano che a volte funziona benissimo perché le famiglie ci conoscono e sanno come fare gli abbinamenti e mettono insieme persone che possono stare insieme. Anche al tempo di Gesù era così. Il Cantico invece presenta l’aspetto sociale, se volete giuridico, delle famiglie come qualcosa che è un ostacolo: è un testo rivoluzionario.

Cura e costruzione dell’alleanza… Anche il matrimonio forse ha bisogno di qualcosa di fondamentale, di un seme, è un qualcosa che viene come espressione di una relazione nuziale che è ancora più fondamentale del matrimonio e il Cantico si colloca su questo piano di una metafora nuziale che riguarda, non solo la relazione uomo donna, ma anche la relazione fra l’umanità e Dio e la relazione con tutto il cosmo, con tutto il creato. È una relazione nuziale che anche noi abbiamo con l’ambiente, con la Terra e per questo essa viene anche considerata come la metafora delle metafore, perché recupera sia l’alleanza in termini diciamo ecologici, di ambiente, sia la metafora legale. In tante espressioni della letteratura è descritta come la relazione fra il re e la regina. Anche nel Cantico si trovano questa espressione e questa relazione: la metafora regale all’interno di quella nuziale indica la protezione dal male, indica una relazione che ti permette di superare, di attraversare le situazioni potenzialmente pericolose e dolorose della vita.

Quindi, per concludere, anche nel Cantico dei Cantici la metafora nuziale viene portata anche sul piano ecologico, della natura, perché tutta la vicenda viene spesso rappresentata all’interno di una dimensione bucolica; il giardino, le linee e la descrizione dei corpi che fanno i due amanti l’uno dell’altro, sono prese da metafore prese dalla natura: “Sei come un giglio delle valli”, “I capelli sono come un gregge di pecore bianchissime”… Tutte queste immagini prese dall’ambiente naturale pongono la metafora nuziale sul piano cosmico, rappresentato dal corpo degli amanti.

Costruzione e cura dell’alleanza… Che cosa ho cercato di dire?

Nelle relazioni di alleanza ci sono sempre questi elementi strutturali che sono: una promessa, una figura dell’alleanza e un compimento. Allora, come si costruisce, come ci si prende cura dell’alleanza, almeno dal punto di vista biblico? Curando questi tre elementi, facendo in modo che questi tre elementi non vengano mai a mancare.

La promessa, qualcosa che è un dipiù, qualcosa che sta sempre un po’ davanti. Se è tutto compiuto, se è tutto realizzato, la relazione termina. Ci deve essere qualcosa che rimanda a un qualcosa più in là e cioè ai momenti, alle situazioni in cui si sente che l’alleanza si compie come, ad esempio, anche nella relazione fisica dell’amore. Sono momenti di compimento della relazione che non possono esaurire tutto, però rendono presente e sensibile e percepibile il discorso che c’è sotto, cioè la metafora nuziale e il compimento definitivo che sarà oltre la meta: infatti la metafora è utilizzata anche per concludere la Bibbia perché l’Apocalisse termina proprio con le nozze dell’agnello.

Gesù che è l’Agnello innocente che viene visto vivo nel cielo, nella Gerusalemme celeste, e la Chiesa viene rappresentata come sposa; in cielo si realizzano le nozze dell’Agnello. Quindi ecco come questa metafora nuziale in qualche modo conclude tutto e rimanda anche a qualcosa che sarà oltre, che trascende anche la nostra dimensione terrena concreta.

Questo era un po’ quello che così avevo preparato da dirvi, spero che sia stato sufficientemente chiaro. Adesso se ci sono domande o interventi….

Roveda: Intanto grazie per questa per questi spunti e questo excursus anche nei testi della Bibbia. Come al solito ci sono parole evocative su cui è bello riflettere. Anzitutto la parola “promessa”, che poi è alla base di ogni relazione non solo di coppia; nella relazione di coppia in particolare conta però tantissimo l’idea di avere una promessa che non sia compiuta, ma che sia sempre qualcosa da raggiungere. Io ho poi una curiosità. Prima hai parlato dei due racconti della creazione. Ammetto che non mi ricordo quello che non hai citato.

Trotta: Il primo racconto è quello appunto dove a un certo punto Dio crea l’uomo e la donna… crescete, moltiplicatevi, siate fecondi e li benedice. E appunto lì l’umanità è creata duale, “maschio e femmina li creò”, e l’alleanza è in quella benedizione che Dio dà anche alla coppia come aveva già benedetto tutto il resto della creazione. Però alla coppia parla. La differenza, diciamo, sia nel primo racconto che nel secondo è il linguaggio. Lì l’uomo e la donna non parlano, però Dio guarda l’uomo e la donna dicendo appunto crescete, moltiplicatevi, siate fecondi. Quindi è questa dimensione dialogica, che segna appunto una reciprocità che c’è e poi viene progressivamente esplicitata. Il secondo racconto è quello del giardino con l’albero…

Roveda: Prendiamo allora il tema della promessa. Nella tua esperienza, probabilmente hai incontrato tante coppie. Secondo te come si fa a mantenere viva la promessa? Ma proprio concretamente…

Trotta: La promessa ha una dimensione di impegno, è qualcosa che io prometto per il futuro, ma una vera promessa è anche un po’ un rischio, cioè io non prometto qualcosa che sono sicuro di di realizzare: lo prometto, ma non posso essere sicuro di riuscirci. Quindi la promessa anche una dimensione di dono. Come si fa a mantenerla? In qualche modo va rinnovata e riattualizzata in circostanze diverse. Cioè la differenza sono le circostanze. La stessa parola in contesti, in circostanze diverse, assume altri significati, viene espressa con altre parole, con altri segni e simboli che la incarnano in quella in quella specifica relazione, fino ad arrivare a quella nuziale che è quella che racchiude un po’ tutto. Ecco, come si fa a a mantenere la promessa? Sicuramente la memoria. Per dirla ignazianamente, sant’Ignazio, negli esercizi spirituali, dà questa indicazione: nei momenti di desolazione, quando c’è difficoltà, quando non si sente Dio presente, insomma quando c’è tristezza, bisogna ricordarsi del momento in cui si era consolati. Se io ho preso una decisione in quel momento in cui ero consolato, cioè sentivo pace, gioia, sentivo che questa scelta mi rendeva la vita bella, piena, ecco, prima di cambiare la mia scelta devo rimettermi in quella condizione, perché è quella la condizione in cui vedo bene da un punto di vista spirituale. Questa è una regola che permette di mantenere e rinnovare la promessa un po’ difficile da seguire, perché proprio nelle situazioni di difficoltà siamo spinti a cambiare; è chiaro che alcune cose bisogna forse cambiarle, ma per per fare una buona scelta, soprattutto se si tratta di scelte fondamentali, definitive, quelle che segnano un passaggio tra un prima o poi, bisognerebbe fare questo esercizio.

In questo senso la promessa è un impegno non solo a mantenere quello che ho promesso, ma anche a fare attenzione ai momenti in cui la promessa sembra contraddetta o in cui sembra che io non ce la possa fare. Prima di cambiarla, prima di dire “Ho sbagliato, ho detto una cosa che che non potevo realizzare” bisogna rimettersi in condizione di consolazione, cioè una situazione di pace, di senso di vita piena perché è quello che ci permette di vedere bene quali sono le motivazioni che spingono a cambiare. Se quelle motivazioni sono valide, cioè se lo scambio mi dà altrettanta pace (nei termini nuziali sempre si dice “dà maggior gloria a Dio”, cioè mi realizza secondo il progetto e la volontà di Dio), allora quella è la giusta scelta. Quindi, fare una promessa significa un po’ entrare in tutto questo questo gioco di relazioni, prima ancora di promettere all’altro e di prendere un impegno con se stessi, di voler vivere una vita dove le inevitabili difficoltà, le cose che possono succedere, non distoglieranno il mio sguardo da qualcosa di fondamentale che mi spinge, da qualcosa che voglio realizzare e non solo per me. Infatti, nel caso della relazione di coppia c’è anche un impegno con l’altro: quindi lo lo desidero per me e lo dono anche all’altro. È mettersi dentro questo contesto di decisione di vita, è una prospettiva vitale.

Intervento dal pubblico: Aggiungo una sottolineatura a quello che diceva Giuseppe che mi ha colpito stasera perché non ci avevo mai riflettuto. Il primo livello, quello presentato in modo più rapido, quello dell’alleanza legata un po’ alla tradizione di Noè, sembrerebbe essere il livello più elementare, più banale; però credo che, nell’esperienza della vita di coppia, sia importante avere come presupposto continuo il fatto che ogni giorno ti alzi e dici “Non c’è stato il diluvio e avrebbe potuto esserci”. Svegliarsi al mattino e vedere come elemento di meraviglia il poter dire che, nonostante il regime di diluvio che sembra aleggiare, che viene continuamente richiamato, ll diluvio non c’è stato ci pone in una prospettiva di qualcosa che continua a riaprire una nuova possibilità, una nuova occasione di vita, non dandola per scontata, ma riacquisendola giornalmente. Non è qualcosa da ridirsi in parole, promesse da richiamare, impegni presi, ma semplicemente è lo stupore del riconoscere che qualsiasi minaccia di esposizione al diluvio non ha avuto un’ultima parola, non ha avuto il potere di togliere quel dire “Siamo”.

Trotta: Forse c’è la consapevolezza che insieme siamo sull’arca, perché magari c’è il diluvio ma noi siamo sull’arca.

Intervento dal pubblico: Ecco, anche per me c’è stata un po’ una risonanza sia rispetto alla Genesi che al Cantico. C’è un’alleanza con il creato perché sia nel racconto di Genesi, che soprattutto nel Cantico, c’è una bellezza del creato in cui questa alleanza è inserita.

Trotta: Sì, non so quanto oggi la relazione anche di coppia sia in qualche modo ecologica. Nel Cantico è chiaro che che la coppia è dentro un ambiente vitale e bello, è nel giardino.cioè Il Cantico è meraviglioso perché riporta l’uomo e la donna, che erano stati cacciati dal paradiso, nel paradiso. Sono dentro quel giardino e tutta la bellezza che c’è nell’ambiente è anche la bellezza che riconoscono a vicenda nei loro stessi corpi attraverso le immagini che usano. Quindi in questo senso il Cantico ci dà anche la prospettiva di una relazione che risana l’ambiente, tutto il creato, che lo rende bello perché ti ci rispecchi, perché tu stesso sei, in un certo senso, magico. La cura dell’alleanza sponsale di coppia è nello stesso tempo cura di un ambiente. Parallelamente basterebbe vedere quando entri in una casa, che è l’ambiente che noi possiamo gestire più direttamente: quando c’è una relazione sponsale, anche l’ambiente intorno è un ambiente bello dove c’è una dimensione ecologica, di un ecologia un po’ integrale. Ecco ci sono i tre poli: Dio, l’ambiente dell’umanità e l’umanità duale.

Roveda: Faccio io allora una domanda che mi è venuta in mente adesso. All’interno dell’alleanza di coppia la preghiera può servire a rafforzare questa alleanza, secondo te?

Trotta: Sì, seguire certamente può servire. C’è una rete di famiglie che organizza gli esercizi spirituali e che piano piano nel tempo ha messo a punto un metodo. Siamo gesuiti, abbiamo la spiritualità degli esercizi. Gli esercizi spirituali di preghiera secondo Sant’Ignazio sono appunto un esercizio, qualcosa che che si pratica e si apprende. Ignazio non li ha pensati per le coppie, ma per i singoli, per un “a tu per tu” con Dio, ma è stato fatto un adattamento per le coppie in cui un momento molto importante è la condivisione di coppia: a differenza degli esercizi dati a singole persone, gli esercizi che vengono dati alle coppie prevedono che, dopo che ciascuno ha pregato personalmente sul brano proposto, ci sia una condivisione dove ciascuno dica all’altro quello che ha sentito, e l’altro/l’altra semplicemente ascolti. È un momento di ascolti. Allora, per rispondere alla domanda, sì, sono convinto di sì perché l’ho visto, però forse c’è bisogno di un metodo, cioè la preghiera in coppia non è esattamente uguale alla preghiera che io posso fare singolarmente mettendomi davanti a Dio: richiede quella reciprocità di cui abbiamo parlato, per cui dopo che io ho pregato ascolto quello che l’altro o l’altra ha sentito in preghiera e questo arricchisce, mi dà un’altra prospettiva sulla preghiera. Il consiglio è di tornare poi a pregare sullo stesso brano portando in preghiera quello che ha sentito l’altro. In questo modo c’è una comunicazione, ma anche della grazia, perché nel matrimonio si riceve una grazia, una grazia sacramentale. Questa questa grazia in che cosa consiste? Nel far diventare un’unione sempre più forte, sempre più intima. Sino ad arrivare ad una conoscenza, anche nella dimensione spirituale: questo tipo di preghiera permette di conoscere anche l’altro/l’altra da questo punto di vista.C’è una dimensione anche spirituale di ciascuno di noi e quindi questo certamente unisce. In un certo senso la preghiera di coppia è più potente della preghiera singola, sia Gesù ha detto: “Se due tre sono riuniti, io sono in mezzo a loro”, ma anche perché, come si comunica a una coppia, così si comunica a Dio Certo, non è detto che i due siano esattamente sullo stesso piano. Qualcosa che magari Dio comunica nella preghiera a una persona, questa lo comunica l’altra: quindi così, in un certo senso, Dio ha due possibilità per parlare. Mentre nella preghiera del singolo Dio parla a me, nella preghiera della coppia Dio potrebbe parlare all’uno o all’altra: allora l’ascolto dell’altra persona diventa ascolto di Dio e Dio non ce l’ho più in cielo, ce l’ho di fronte. Forse a volte un po’ difficile da credere, però è così.

Roveda: Possiamo allora ringraziare padre Giuseppe Trotta per tutto ciò di cui ci ha parlato questa sera.

P. Giuseppe Trotta s.J., sacerdote gesuita, è attualmente in servizio presso la chiesa universitaria di Pisa, dove si occupa di accompagnare il cammino di formazione integrale degli universitari; è inoltre Responsabile dell’Ufficio Diocesano per la cultura e parroco di San Frediano. è stato per parecchi anni in San Fedele, dove ha costituito il punto di riferimento spirituale per il Centro Giovani Coppie San Fedele. Ha studiato a Roma in Gregoriana, conseguendo la Licenza in Teologia biblica.

A Milano, dove ha collaborato per vari anni con il Centro Giovani Coppie San Fedele di cui è stato il riferimento spirituale , ha scoperto il mondo delle relazioni di coppia e familiari; da allora si occupa anche di accompagnare coppie e famiglie nei loro percorsi di vita e attraverso gli esercizi spirituali.


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