23 novembre 2023
Il desiderio e la tensione verso una durata sono presenti nelle persone che scelgono di vivere in coppia. La possibilità di un “essere insieme” che resista nel tempo è una scommessa che si desidera vincere. Quali risorse possiamo scoprire e coltivare per realizzare questa aspirazione?
Qui sotto le registrazioni audio e video della conferenza
Qui sotto la trascrizione della conferenza del 23/11/2023
Pennati – Centro Giovani Coppie San Fedele: Questa sera il tema è trasversale rispetto a qualunque anzianità di coppia: “Scegliersi ancora, la coppia è un work in progress.” Tradotto, chi l’ha detto che ormai non abbiamo più problemi? Chi l’ha detto che si sta insieme per sempre perché sì, perché “Che ci vuole?”. Questo non è vero: non è vero da fidanzati, non è vero da sposati o conviventi da poco tempo, non è vero neanche dopo 50 anni di matrimonio. Questo “scegliersi ancora” credo sia un’operazione quotidiana, però dentro c’è “tanta roba”. Questa sera, i nostri due relatori sono Padre Iuri Sandrin, gesuita, Parroco di San Fedele e luna antica conoscenza di questi incontri, Elisabetta Orioli, psicologa, psicoterapeuta e, posso dirlo, soprattutto collaboratrice fondamentale del Centro Giovani Coppie, volontaria oltretutto.
Non ruberei altro tempo. Nella seconda parte della serata, quando i nostri due relatori avranno finito di dirci le cose che hanno in mente, saranno aperte le domande, i contributi e le riflessioni sia dei presenti in sala, sia online. Detto questo, grazie per l’attenzione e la parola a padre Yuri Sandrin.
Sandrin: Nell’iniziare a dare corpo all’incontro di questa sera desidero richiamare il contesto in cui è nato. Era uno dei tanti momenti in cui come équipe di lavoro del Centro Giovani Coppie ci si ritrova e ci si confronta anche ipotizzando scenari possibili di lavoro, cercando di mettere a fuoco temi, problematiche, questioni che siano allo stesso tempo intriganti, affascinanti, capaci di smuovere e in qualche modo anche utili poi per riuscire a dare alcuni spunti e strumenti che possono essere preziosi nella vita ordinaria.
Ciò a cui cercheremo di dare voce questa sera è quindi ricreare quel contesto che è partito con un mio sproloquio, un po’ teologico e tendente all’astratto su cui Elisabetta a un certo punto disse: “Ma si potrebbe lavorare bene su questo, per questi e questi altri motivi…”. Quello che vorrei fare in alcuni minuti è ricreare proprio la questione di fondo, richiamando una problematica squisitamente teologica e legata all’esperienza della fede, ovvero del matrimonio celebrato all’interno della fede della Chiesa, proprio per tracciare una sorta di coordinata. In modo particolare la discussione di allora partì intorno al tema dell’indissolubilità del matrimonio.
E questo è il punto da cui vorrei partire, non tanto per fare una catechesi o uno studio sull’argomento, ma per capire un po’ in che modo affrontare quest’aspetto che può aprire scenari a diversi livelli e offrire occasioni non banali anche per vedere cosa si muove dentro di noi. Se devo partire dall’esperienza che sto facendo in questi anni nel parlare di insolubilità di matrimonio, soprattutto in un contesto di giovani coppie che stanno per sposarsi e quindi si preparano a vivere il momento della celebrazione del matrimonio, qual è l’esperienza, il rimando che spesso riconosco di avere? È un rimando duplice e che in qualche modo rivela anche una certa sfasatura.
Nel momento in cui si introduce il matrimonio inteso nell’ottica dell’indissolubilità, quindi della “non scioglibilità”, questo viene colto da un certo punto di vista come istanza ampiamente positiva, in qualche modo smentendo dal mio punto di vista tutta una serie di documenti ecclesiali a vario livello che cercano di fare analisi in cui viene visto in modo molto problematico come le giovani generazioni di coppie di sposi percepiscano l’insolubilità, come se fosse un valore non accettato. Invece, nella mia esperienza, non è così. La portata e il fascino che questa istanza è in grado di portare con sé, in un momento significativo come quello in cui ci si avvicina all’accettazione del matrimonio, sono molto ampi.
Alla domanda: “Per quello che stai vivendo oggi, che domani vuoi consolidare e suggellare con una presa di posizione forte come una celebrazione pubblica e religiosa, il fatto che sei inserito nell’orizzonte di tutta una vita, lo vedi come desiderabile?” la risposta è “Sì”.
L’elemento invece che un po’ denota maggiore fatica è quando si cerca poi di aiutare a capire, nel concreto, cosa si intende per questa indissolubilità, che non è una parola immediatamente evidente . Cosa si intende? Faccio l’esempio della famosa domanda 6 a cui tutti coloro che si sono sposati, almeno negli ultimi trent’anni hanno dovuto rispondere. Cosa chiede la domanda 6? È quella relativa all’inizio di vita. È quella che chiede un’adesione su questo valore che la Chiesa riconosce e afferma. Lo riconosci e lo affermi anche tu? La risposta nel momento in cui fai questa domanda è “No!”. Bisognerebbe capire meglio, fare qualche passo indietro. Però, la domanda viene così esplicitata.
È volere di Dio che il vincolo matrimoniale duri fino alla morte di uno degli sposi. E lo sappiamo. Dio vuole il matrimonio come indissolubile e quindi esclude di scioglierlo mediante divorzio? Ragionare sulla prospettiva dell’indissolubilità è un conto, ed è in grado di attivare e liberare energie, desideri e volontà di adesione. Le due specificazioni con cui viene chiesto di farlo, anziché aprire, liberare respiro, lo tolgono. In primo luogo perché, in modo paradossale, per parlare di indissolubilità, cosa ti sto dicendo? Che, fondamentalmente, il matrimonio è esposto continuamente alla minaccia di essere sciolto. Da chi? Da quell’evento che si chiama morte del coniuge che, come abbiamo detto, lo pone a termine. Capite? Slancio verso l’indissolubilità come orizzonte di un’interezza… Prima specificazione, guardate questa indissolubilità, è scioglibile a ogni istante della vita. È una provocazione molto interessante, anche dal punto di vista della dimensione della fede personale, della fede della vita eterna, nella risurrezione di Gesù. Allora, dipende dal momento in cui è posta questa domanda, quando uno si sta sposando, l’avvertire o meno la sensazione di indissolubilità.
Altra cosa, invece, è la negazione del divorzio come possibilità di far cessare un matrimonio. C’è un paradosso in questo, sicuramente la gente divorzia e la Chiesa non lo riconosce. Dice: “No, quella roba lì non ha nessun valore”, è totalmente inefficace dal punto di vista dell’effetto ecclesiale che produce. Quindi ecco la situazione paradossale: nel momento in cui si riesce a far intuire qualcosa che è potenzialmente capace di liberare, stimolare, aprire, suscitare un desiderio, ma anche intimorire (Mamma mia quanta roba!”), i modi per affermare e salvaguardare questo sembrano essere molto restringenti.
Riuscire ad affermare di essere contrario al divorzio, sapendo che se anche lo sei poi lo utilizzerai, cambia tendenzialmente poco da un punto di vista immediato. Nel momento in cui firmi un contratto, ti chiedi fino a che punto? O vuoi o non vuoi. E cosa c’entra questo poi in ambito prettamente cristiano? Perché, lo dico solo come informazione e non entriamo su questo, tenete presente che l’indissolubilità dell’unione tra due sposi non è una particolarità del sacramento cristiano: è il modo in cui, nello sguardo della Chiesa, funzionano tutti i matrimoni, tutti, celebrati validamente secondo delle regole, delle leggi che possono essere stabilite in modo generalissimo. Per i battezzati li stabilisce la Chiesa, Cattolica, Ortodossa, Protestante, e per i non battezzati li stabiliscono le società civili o ad altre istanze religiose. Quindi, questa indissolubilità non è qualcosa che si identifica col sacramento, ma appartiene al modo di guardare tutte le unioni. In qualche modo ogni amore riconosciuto come tale è indissolubile.
E allora si può tornare a dire, sì, questa cosa mi scalda, mi riaggancia. Vedete come rischiamo di essere continuamente agganciati e subito sganciati a seconda del livello comunicativo che abbiamo sull’indissolubilità. Vorrei concludere condividendo la possibilità di entrare in questo mondo con un respiro più ampio, cioè nell’integrare la prospettiva che abbiamo un po’ tratteggiato adesso, il modo di imparare l’indissolubilità che caratterizza la tradizione della chiesa cattolica del rito latino, che c’è più familiare, insieme a come la tradizione greca orientale ha in qualche modo sviluppato questa stessa categoria, per farvi vedere come davvero l’indissolubilità può essere approcciabile in tanti modi diversi. Lo faccio con un’affermazione inizialmente paradossale, che andrebbe poi sviluppata molto, ma che semplicemente uso proprio per continuare a creare questa cornice.
Ci si sposa per sempre. Cosa vuol dire per sempre? Abbiamo visto che per la chiesa cattolica il per sempre vuol dire per tutta la vita di un uomo. Per la chiesa orientale il per sempre vuol dire un’altra cosa. Vuol dire per l’eternità. Che cosa ne deriva? Che siccome nella tradizione ortodossa ci si sposa per l’eternità, è consentito divorziare. Siccome nella Chiesa Cattolica si sposa per tutta la vita di uno dei due, non è consentito divorziare.
Tutto questo ha delle ragioni storiche che si sono sviluppate nei millenni, interessantissime, però qual è la questione? Vedete che nella prospettiva ortodossa c’è una comprensione che il nostro modo cattolico conosciuto, su cui abbiamo già dei filtri, rischia di preluderci. La dimensione “per l’eternità”. Uno ha una donna per sempre. Questo è quello che afferma la tradizione ortodossa. Però qual è la questione in fondo? L’eternità è più grande di te, non è manipolabile, non è gestibile a tuo piacimento, non è calcolabile, non è riducibile al tuo impegno e alla gestione della tua bravura e responsabilità. Quindi esporti all’eterno ti rende fragile, vulnerabile, incapace di determinare, prevedere e calcolare conseguenze, fino alla fine. Per questo l’eternità porta con sé la comprensione di una fallibilità.
Qual è la risposta alla fallibilità di chi si espone al rischio dell’eternità e di osare qualcosa di più grande di lui? La possibilità di ricominciare in un altro modo. Nella nostra tradizione, potremmo dire occidentale, avendo davanti un orizzonte della durata di una vita, questo è l’ambito massimo in cui puoi giocare la tua prevedibilità, il tuo calcolo, la tua responsabilità. Quindi, ti viene chiesto qualcosa che è grosso, ma è alla tua portata: l’essere responsabile fino al termine di scadenza. Ecco allora che si prospettano due storie diverse, in posti diversi, che hanno legami col potere imperiale occidentale piuttosto che orientale. Quindi non c’è un meglio o un peggio, ma un recuperare “a tutto tondo” la questione dell’indissolubilità, nell’ottica capace di rendere conto di quell’intuizione iniziale: entrare in una storia che è più grande di noi, che ci affascina e ci spaventa, dove la nostra responsabilità, la nostra libertà, gioca un ruolo importante, però rimane esposta a qualcosa che ci supera perché non possiamo predeterminare, controllare tutto. In qualche modo anche il poter perdere il controllo della situazione, sbagliare, fallire, non è semplicemente negazione di un impegno, ma è parte di chi osa qualcosa di grande al punto che lo vede aperto verso l’eterno. Ecco, che cosa concludo? Che servirebbe risistemare un attimino le cornici, i valori di riferimento delle nostre relazioni, nel momento in cui, oltre alla “sapienza occidentale” che ci mette davanti continuamente alla dimensione dei diritti, dei doveri, dell’impegno e della responsabilità, ci fosse anche l’altra tradizione, uno sguardo capace di ricordarci che siamo dentro un’avventura strepitosa: un’avventura che, in qualche modo, si gioca continuamente fuori casa e nella quale non è mai dato incasellare, controllare, definire e per questo (mi aggancio al titolo che abbiamo dato alla conferenza di questa sera) la necessità di scegliersi ancora non è il rilancio del tener duro perché si è fatta una scelta, o perlomeno non è solo questo: è capire che l’essersi esposti a qualcosa di più grande, che chiamiamo l’orizzonte dell’eterno, suppone nella prospettiva orientale anche la morte, ma allo stesso tempo accoglie la fallibilità. Nella prospettiva orientale il matrimonio concesso come possibilità di ripartire ai divorziati ( e la concessione non è un diritto) è uguale come struttura celebrativa al matrimoio di chi si sposa per la prima volta perché sono situazioni uguali. Sono due esperienze di storia e d’amore indissolubili che hanno osato pensarsi in relazione all’eternità, dando questo volto al per sempre; persone che a motivo di una fragilità hanno fatto l’esperienza di morte che li ha compromessi. La morte del coniuge, la morte della storia della vita sono due situazioni in cui la morte, nel momento, dà vita. Ecco allora che scegliersi ancora, pensare in questo orizzonte che è più grande del contratto da rispettare, è come prendere in mano un lavoro di cura della relazione, nella prospettiva che la morte che potrebbe averla vinta, non l’abbia vinta. Non in forza di un contratto.
Un contratto non ha il potere di avere la vita quando vuole, ma ce l’ha la forza di un cantiere, di un lavoro, di una possibilità in cui il ri-scegliersi in modo libero, l’esporsi a qualcosa di più grande, il non aver paura di osare, possano essere un alimento costante della vita di una coppia. Un alimento che consenta, anche nel giocare in quelle frontiere dove ci si sente morire (e qualche volta si muore davvero) la morte non abbia l’ultima parola, ma sia un punto di ripartenza possibile. Senza che questo lo determini l’istituzione, dicendo si può divorziare o non si può divorziare, non perché non sia importante questa possibilità, ma per dire che questo è un atteggiamento legato anche a come ciascuna coppia affronta la propria avventura.
Per questo vorrei cedere la parola a Elisabetta perché ci aiuti a entrare nel vivo anche nel dare dei volti, dei nomi a dei vissuti concreti che fanno parte di questa avventura dello scegliersi ancora, del farlo in modo libero, del riuscire anche ad affrontare le paure, i rischi che questo comporta. Questo come parte di un lavoro molto vero su quello che chiamiamo il valore dell’insolubilità, che non è un valore da difendere contro chi non ci crede, ma è una grande possibilità di sguardo per intendere il nostro porci come coppia che gioca fino in fondo quello che è nelle sue mani e osa un po’ di più su quello che gli appartiene, che è il proprio futuro giocato in termini di eternità.
Orioli: Grazie padre Iuri, raccolgo la palla, giocandola nel mio campo. Scegliersi ancora: noi abbiamo proprio dentro una aspirazione alla durata, è un’esigenza che avvertiamo. Quando non abbiamo un’aspirazione a una durata è perché quello che stiamo vivendo prima finisce, meglio è. Altrimenti, quando facciamo un’esperienza vitale, un’esperienza nutriente, di crescita, il desiderio davvero è che sia duratura. Parto con tre suggestioni che mi sono venute in mente. La prima è proprio sullo scegliersi: “Che cosa accade nel momento in cui io ti scelgo ancora?”. Seconda suggestione: “L’incontro con il desiderio del tutto e il fare i conti con i limiti”. Terza suggestione: “In questa durata noi spesso dobbiamo affrontare la sfida costituita dai problemi che si presentano”.
Ecco, vi ho dato l’indice. Partiamo dalla prima, qualche considerazione per aiutarci a riflettere insieme, poi ognuno farà i suoi link, i suoi collegamenti. Scegliersi: la condizione perché una scelta sia una scelta, è legata proprio al fatto che possa essere libera da vincoli esterni. Quindi, se non c’è questa libertà da un vincolo esterno, non si può parlare di scelta. Ma io, se non c’è questa libertà da un vincolo esterno (da qualcuno che mi dice che cosa devo far, oppure dal fatto che tu che lo vuoi per me, eccetera,) in fondo io eseguo una volontà altrui, non c’è vera scelta. Questo tema della libertà è centrale perché la scelta possa essere tale.
Proprio questo tema della libertà prevede che tu non possa costringerti e costringermi. Io non posso costringere te, tu non puoi costringere me, altrimenti si altera subito questo piano. E la libertà deve proseguire: lo scegliersi ancora deve proseguire mantenendo quella condizione di libertà. In assenza di questa libertà abbiamo un sequestro: c’è qualcuno che sequestra e qualcuno che è prigioniero. La condizione è questa. Il tipo di legame è questo. E che cosa ci dice che davvero è una scelta libera? Ciò che dice che una scelta è libera è la percezione circa la mia e la tua capacità di sopravvivere qualora la scelta di uno dei due cambiasse. Detto in altri termini, la scelta è libera quando sento che la tua possibile assenza (perché rinunci, perché se ti succede qualcosa, perché cambi idea) mi farà un male indicibile, ma non mi farà crollare.
Questa percezione che andrei avanti a esistere oltre il tuo cambiamento di indirizzo, è quello che dice che davvero sono in grado di fare una scelta libera. Detto in altri termini a volte si sente dire: “Io non so vivere senza di te”. E’ abbastanza forte come espressione no? Non so vivere senza di te da un certo punto di vista è una dichiarazione metaforica di un amore sconfinato. Ma se usciamo dalla metafora è una dichiarazione allarmante, non è più una dichiarazione d’amore se questa frase descrive una situazione di fatto. Non sta parlando del rapporto tra me e te, ma sta parlando di una fragilità allarmante per cui viene messa a rischio la sopravvivenza.
Se io non reggo la tua possibile eventuale assenza, io non ti lascio libero: non c’è niente da fare, non reggo che tu ti allontani da me. Se io non reggo un’eventuale tua possibile assenza, che adesso non sta accadendo, questo non reggere, questo davvero letterale “non so vivere senza di te”, sta dicendo una forma impropria di una relazione d’amore. In questo caso la forma di amore sta assumendo una modalità che non le spetta, che non è compito suo assumere. È una relazione che deforma quello che dovrebbe essere la sua natura. È interessante perché il chiedermi “Ma se non riesco a vivere senza di te di cosa sto caricando la relazione con te, quali ferite mi sta riparando la relazione con te, da quali difficoltà mi sta difendendo, Sto proteggendo la relazione con te, quasi che lo stare con te mi stia aiutando a evitare di prendere in mano le difficoltà che io sto vivendo. Ho delle difficoltà ed evito di affrontarle grazie al fatto di stare con te”.
Allora mi veniva una serie di esemplificazioni farmacologiche. Per caso sei il mio anestetico? Solo quando sto con te io mi sento bene. Un antidolorifico? Guarda che potere che hai! Per caso sei il mio Brufen? Sei per caso il mio antidepressivo? Quando sono con te mi ritorna la voglia di vivere. Siamo sul Citalopram? Oppure sei mio ansiolitico? Quando sono con te io mi sento al sicuro e tranquilla. Oppure sei un bastone a cui appoggiarmi. La mia vita ha un senso da quando ci sei tu. Allora, se voi le sentite così, metaforicamente parlando, sono delle dichiarazioni tenerissime, veramente, che usano delle immagini per dirti un vissuto che avverto. Quindi, in una certa percentuale, ci possiamo ritrovare un effetto che lo stare con l’altro mi produce, mi dona, mi regala.
In una certa percentuale. Perché da laddove questa cosa invece dice una insostituibilità, per cui senza di te mi sento male, senza di te non mi viene in voglia di vivere, senza di te la mia vita non ha senso, senza di te io mi sento insicuro, eccetera… se la percentuale è alta sono affermazioni che vanno considerate con molto rispetto e con molta serietà, non ci si può passare sopra, non si può, non si può, non si può! A volte veramente, per carità, una di queste frasi può essere all’origine di come è nato l’amore. C’è qualcuno che proprio lo dice: “Quando ho trovato lui, quando ho trovato lei, la mia vita è ripartita”. Può essere benissimo all’origine; ma se la mia vita ha preso il via con te, poi deve continuare grazie a me. Non è che: “Sei il mio carburante per cui va benissimo, va bene, è proprio stato un miracolo, un dono della vita la tua presenza” e basta: dopo la palla rimane in mano mia e la devo giocare fino in fondo. Allora, come dicevamo, quello che garantisce la libertà di scelta è che sento di poter dire che se mi dovesse capitare di ritrovarmi senza di te io starò malissimo, ma non andrò a pezzi, non crollerò. E quindi è la garanzia che lì non sono agito, non sono obbligato da un malessere personale che io non so curare, se non volendo che tu sia tutto per me. Quando ho bisogno che tu sia tutto per me, questo è il segnale di un malessere profondo che mi porto dentro, che ha tutta la sua dignità ma ha bisogno di tutta la nostra attenzione.
Passiamo al secondo punto: il Tutto. In fondo un pochino ce l’abbiamo dentro il desiderio di trovare una persona tutta per me, mamma mia, sarebbe bellissimo da un certo punto di vista. Perché che cos’è che mi aiuterebbe a evitare? Di fare una penosissima esperienza che noi costantemente facciamo nella vita: che tutto arriva fino a un certo punto e poi ci lascia a piedi. Possibile che nella vita sia davvero tutto così parziale? Il fatto che ogni cosa sia parziale è una fonte di grande sofferenza perché la nostra aspirazione è: tu conosci un amico, conosci un’amica e ti piace tutto di lui/lei ma arriva sempre un momento che ti fa cadere le calze e dici, “Mamma mia, potrò prima o poi trovare qualcuno che non mi fa cadere le calze?” No, se così fosse vorrebbe dire che non lo/la conosci bene! Quindi facciamoci pace con questa cosa.
Ecco, allora in questo senso nella coppia non saremo mai il tutto per l’altro. Il mio sforzarmi di essere il tutto per te, o l’essere io alla ricerca di qualcuno che sia il tutto per me nasconde due aspetti. Se io sono tutta per l’altro, l’altro non andrà a cercare qualcun’altra quindi io mi sforzo di essere tutto, così almeno mi metto al sicuro che tu… Oppure, essere alla ricerca di qualcuno che sia il tutto per me è un “Così non mi manca nulla e non mi devo mettere in azione per prendere in mano quel vuoto che comunque la relazione con te mi lascerà, perché non mi completerà”. Tant’è vero che quando troviamo realtà che davvero diventano il tutto, magari per un periodo di tempo, sapete che cosa succede? Si stabilisce una relazione di dipendenza. Come se la vita fosse intelligente e ci volesse sani… provate a immaginare situazioni dove speriamo temporaneamente che qualcuno diventi il tutto: una donna ha un figlio e c’è un momento in è tutto per lei; un marito è vedovo, non c’è niente da fare, è a termine si spera. O immaginate quando c’è una passione che diventa il tutto e in ogni momento libero fai quello, stabilisci dipendenze. Noi abbiamo bisogno che le cose siano parziali, altrimenti riduciamo la nostra vita a una sola dimensione e dimentichiamo di essere molto di più, molto altro. Ma è facile a dirsi, no? Perché allora l’opposto di quel tutto a cui aspiriamo è definito dal limite. Ma guardate che questa retorica del tutto, provate a osservare, è micidiale!
Il mito del dare tutto. Sentirti in colpa se non dai tutto. Secondo me oggi questa è la principale fonte di sofferenza per le madri. Sentirti in colpa perché magari non hai dato tutto: ma non darai mai tutto, perché in quel caso tu sarai l’unico orizzonte di tuo figlio, non avrà altro dio al di fuori di te, della sua mamma. Se sono il tutto arriviamo all’idolatria. E poi, a me sembra che neanche Dio voglia essere il tutto… Dice: “Ascolta, io il tuo pezzo non lo faccio, te lo fai tu. Quindi, fai il bravo, alzati, prendi il tuo lettuccio, cammina. Non ti porto il lettuccio, io ti ho già guarito. Tu hai una precisa responsabilità, non ti sostituirò in quella. Quindi io non diventerò mai te. Non prenderò mai il tuo posto. Tu fai il bravo e non prendere il mio”. D’accordo? Scusa, non so, magari dico qualche eresia.
Sandrin: Mah… sono sempre linguaggi metaforici.
Orioli: Ecco, linguaggi metaforici. Quello di cui si sta parlando è proprio l’incontro con il limite dell’altro: in quel momento sperimento che, da una parte, io non sono in grado di darti tutto quello che mi chiedi, ma dall’altra non posso pretendere che tu mi dia il tutto di quello che io ti chiedo. Siamo continuamente davanti al fatto che un quel pezzo manca e che quel pezzo che manca attiva me.
L’incontro con i limiti miei e dell’altro è una sfida per la vita di coppia e molto spesso si presenta sotto forma di delusione, che ti porta a dire “Ma io non pensavo che fosse così, immaginavo un’altra cosa” e poi “E’ valsa la pena di aver investito tanto se poi devo fare questa esperienza?” Ecco, tenete presente che in quel momento dentro di noi accade una cosa particolare. Quando c’è l’esperienza della delusione, della percezione del limite e così via, accade che il nostro sguardo rimane fisso su quello che ci manca. Questa visione è prodotta da una cosa molto interessante, una funzione automatica per cui il nostro cervello è predisposto.
Il nostro cervello è programmato per intercettare quello che manca, per scovare quello che non va, per cogliere il negativo. Il cervello è programmato per fare questo mestiere, non è programmato automaticamente a vedere il positivo. Se c’è il positivo il cervello sta zitto, non dà segnali, non avvisa. Quindi, siccome tendenzialmente è alla ricerca di quello che manca, sembra che quello che ti fa vedere in prima istanza sia l’unica cosa che c’è: invece, semplicemente, non ti segnala l’altra. C’è un’altra funzione del cervello che è molto interessante: c’è un’altra parte del cervello, abbastanza automatica, che è quella che opera paragoni e confronti. Un pezzo di cervello ti fa vedere la mancanza, mentre un altro ti fa guardare in giro. Allora cominci a vedere tutti quelli che hanno quello che manca a te. La mente ti continua a creare paragoni. Come fai a sapere che gli altri ce l’hanno? Può essere che qualcuno ti racconti che è felicissimo, un momento bellissimo della sua vita eccetera… Oppure c’è un’altra fonte spettacolare oggi per curiosare nella vita degli altri, che tutti usiamo: i social sono una cassa di risonanza bellissima, di vite perfette, meravigliose, sempre sul pezzo. Non è vero? Qualcuno di voi metterebbe sui social come si sveglia la mattina? Adesso un po’ di pudore per cortesia, e certo che ci metti il meglio: il problema è che noi prendiamo quel dettaglio come se fosse tutto e rimaniamo ingannati, profondamente ingannati, per cui già una parte del cervello mi dice ti manca, ti manca, guarda che non è eccetera…, quell’altra ti dice “Quello ce l’ha, quello ce l’ha!” Allora tu cominci a dire: “Qui ho certamente sbagliato. Ci può essere qualcosa di meglio che posso andare a trovare? “Come si fa a reagire a questa modalità, che, tenetlo presente, è automatica, si attiva da sola? Occorre intenzionalmente contrastare questa attività automatica imponendoci di guardare quello che in realtà c’è e che va bene. Io ogni tanto mi arrabbio col mio cervello e gli dico: “Insomma, non devi fare quello che dici tu, devi fare quello che dico io!”.
Ogni tanto mi do l’ordine e dico: “Guarda quel che c’è, guarda quel che c’è, guarda quel che c’è!”, soprattutto quando magari ci sono situazioni particolarmente pesanti. Oggi parlavo con un signore molto simpatico che è in un momento particolare. E’ un tipo molto in gamba, un imprenditore, adesso quasi alla conclusione della carriera. Ha intrapreso un’avventura, una bella sfida, ha rilevato un’azienda che era un po’ in sofferenza, ha cominciato a andare meglio, ma adesso fa ancora fatica. Questa situazione lo sta mettendo molto alla prova. Oggi arriva e mi dice che sta andando tutto male. Eccolo, il cervello automatico: siccome sta andando male l’azienda che ha rilevato, sta andando male tutto. Eppure, ad esempi,o è in un periodo della sua vita affettiva che meglio di così non ha mai avuto nella sua esistenza, ma deve ricordarsene consapevolmente, altrimenti non la riesce a vedere. La percezione che ha la diceva lui stesso: “La mia percezione spontanea è che sta andando tutto a rotoli”. Capito? Conoscere come funziona il nostro cervello è importantissimo, perché altrimenti crediamo solo quello che ci fa vedere in maniera spontanea.
Allora proviamo a trovare dei trucchi. Io vi ho detto il mio trucco di guardare quello che c’è. Magari c’è un problema sul lavoro, c’è una situazione in cui stai facendo fatica e così via, e allora cominci: “Se andassi da un’altra psicologa sarebbe molto meglio, l’avrebbe risolta, invece che …” Vedi quell’idea? Guarda anche quello che c’è. Le cose che stai imparando? Le cose nuove che stai scoprendo? Quindi dire: “In questo momento della vita che cosa c’è che, se dovesse mancarmi veramente, ne risentirei?” Non so a voi, ma a me il Covid ha lasciato una gratitudine per il fatto che respiro: “E’ incredibile, ricordati che tu respiri!”. Ecco qualcosa per cui io sono grata e che se non ci fosse, la mia vita sarebbe decisamente di una qualità peggiore. Il provare a fare memoria di ostacoli superati, di conquiste fatte, di cose imparate grazie a una certa situazione, a una certa storia, qualcosa che mi ha insegnato.
Ecco, arriva il terzo punto. L’imbatterci in problemi è davvero una sfida. C’è una convinzione diffusa: se una scelta è corretta non deve presentare problemi. Abbiamo questa convinzione. Se si presentano problemi mettiamo in dubbio la scelta fatta. Non allarghi lo zoom? Non vai a vedere cosa sta dicendo quel problema, che cosa ti sta rivelando? Soprattutto quando uno è in fase di scelta, ha sempre la speranza di scegliere la donna giusta, l’uomo giusto, con l’aspettativa che se l’uomo sarà giusto / la donna sarà giusta determinati problemi non si presenteranno. E se invece cambiassimo prospettiva, e se pensassimo che quando si presenta un problema, il problema non ci avvisa che c’è qualcosa di sbagliato, ma ci sta avvisando che c’è qualcosa di nuovo da imparare?
Il problema ci avvisa che c’è la necessità di sviluppare nuove risorse, di inventare nuove strategie che finora non abbiamo avuto bisogno di utilizzare. Perché, scusate, quando una cosa va bene, cosa succede? Che io sto usando delle risorse che ho già, tanto è vero che il problema non si crea. Ma le risorse che sto usando non è che forse sono derivate dall’aver superato un ostacolo precedente? Ho superato un problema prima, un ostacolo prima, bene, ho imparato delle cose, quelle cose le metto in atto, tanto è vero che le successive situazioni so come affrontarle. Quindi l’assenza di problema dice che io vivo di rendita, dice che non sto imparando niente di nuovo, dice che sono nella mia zona di comfort. È il problema che mi sposta nella zona di sviluppo che mi dice: “Su, dai, coraggio! Adesso c’è da mettere in campo qualcosa di nuovo”: che cosa sia non lo so, ma già il fatto di non essere spaventata dal problema lascia uno spazio di curiosità.
Quante volte, mi capita di dire “Ma come facciamo ad affrontare questo problema?” Che ne so… uno pensa che arriva lo psicologo che sa tutto, ma che? È più un aiuto a cercare, che non un sapere fin dall’inizio, come dire: “Lei la sa già la soluzione, non me la vuole dire…”; è attivare la ricerca che ci mette in una condizione di particolare captazione di quello che ci serve a intuire una possibile direzione da prendere. E’ uno stato basato sulla fiducia, non sull’ansia del risolvere. Tante volte c’è proprio il momento per dire: “Non lo so, però io non demordo, non evito il problema, gli sto davanti perché io ho fiducia che riuscirò a stargli davanti, cercando di prendermi cura dello spavento che mi viene, perché è vero, il problema mi spaventa”. Siamo spaventatI perché vorremmo andare a cercare la soluzione, oppure vogliamo tutto sotto controllo.Allora, proviamo a curare lo spavento per lasciare proprio lo spazio libero a qualcosa che a un certo punto affiora. Ecco, quindi la ricerca del partner è proprio associata spesso a questo centrare il bersaglio, alla caccia della persona giusta, quando in realtà diventi la persona giusta lungo il percorso… e anche tu a tua volta. Allora, attenzione a scambiare i punti di arrivo volendoli come punti di partenza. Questo lo diceva benissimo una bimbetta che doveva iniziare la scuola: “Ma io non voglio andare a scuola!”. “Ma perché non vuoi andare a scuola?” “Perché non so leggere.” Tesoro! Il punto di arrivo deve essere il punto di partenza e una bimba di sei anni lo teorizzava perfettamente. Lei sarebbe stata pronta ad andare a scuola quando sarebbe stata capace di leggere. Ma non è forse il contrario? Ecco, noi molte volte siamo come quella bimba! O, come mi diceva un mio carissimo paziente: “Iio entrerò in acqua quando saprò nuotare”. Bellissima e geniale questa formulazione, per come rappresenta il modo in cui tante volte noi ragioniamo: non riusciamo a tollerare quello stato di precarietà che è nel momento dell’apprendimento, nel momento della ricerca di una possibile direzione da prendere.
L’invito è proprio questo, affinché “questa” scelta possa essere ripetuta nel tempo: proviamo ad allenarci a sostituire la paura di ciò che ci aspetta, la paura di quello che ci capiterà, con la curiosità per quello che sapremo tirare fuori, per quello che ci inventeremo e per quello che diventeremo. La curiosità è un grande antidoto ed è un grande alleato della fiducia con cui guardare le cose.
Tanto per finire, visto che mi sono permessa di parlare al posto di Dio, finisco. A me pare che lo sguardo di Dio sia proprio questo, no? È proprio lì curioso, non è lì a dire, “Guarda, eh, eh, non è fatto bene, eh, ascolta, ti avevo avvisato…” ma è proprio curioso e trepidante nel vedere che cosa faremo del più grande regalo che ci ha fatto, che e la nostra vita. Assumiamo anche noi un po’ questo sguardo: “Sono proprio curioso di quello che riuscirò a inventare e a mettere in campo.” Bene, mi fermo qua.
Sandrin: Posso chiudere con una battuta? Una ripresa della sensazione che ha lasciato a me ascoltare Elisabetta anche dopo il mio intervento. La pongo sotto forma di domanda: riguardo a una vita che attraversa tutto quello che ci ha tratteggiato e che, in qualche modo, arriva alla fine stando ancora insieme, che cosa ci sentiremo dire? Che si tratta fondamentalmente di persone che hanno preso sul serio e hanno in qualche modo rispettato l’impegno al “per tutta la vita di uno dei due” e a non ricorrere al divorzio e che, quindi, hanno fatto molto bene il proprio dovere. Quello che gli era stato chiesto c’è stato, e chi non ce l’ha fatta ha sbagliato in qualcosa che non gli ha fatto compiere fino in fondo il proprio dovere. E se fosse anche qui il ribaltamento, per cui chi non ce l’ha fatta aveva tanti buoni motivi per non farcela, perché farcela è un gran casino e non ci sono strumenti che gli garantiscono di non fallire? Quindi chi non ce l’ha fatta, lo capisco. La cosa più interessante però è che chi ce l’ha fatta, oltre ad aver fatto il proprio dovere, forse ha intuito, sperimentato nella sua vita qualcosa che merita di essere raccontato, condiviso e di diventare alimento di questa curiosità che ci accompagna. Questo va nell’ottica che anziché l’indignazione, lo scandalo per il male di tutte quelle situazioni in cui non ce la si fa, è forse la sorpresa del bene a mostrarci in tanti modi come si può vivere una vita trovando delle intuizioni, delle alchimie, dei tempi, dei modi per tenere insieme tutto questo. E se il vero scandalo fosse quello del bene? Anch’io credo che questo sia un altro ribaltamento finale che ci può aiutare a tenere insieme quello che abbiamo cercato di percorrere questa sera.
Pennati: Non so a voi, ma a me questi due interventi hanno aperto orizzonti di riflessione, ma anche di azione. Allora, penso che un modo di valorizzare quello che ci è stato dato sia proprio quello di parlarne insieme. Quindi darei la parola soprattutto a voi e anche agli amici in collegamento a distanza, che preghiamo di partecipare attraverso la chat.
Bene, in chat non c’è ancora nessuno. Voi in presenza siete tutti belli zitti e pensosi. Allora faccio io una domanda, non so bene se a Elisabetta o a Yuri o a tutti e due. Credo che dopo un po’, in qualunque coppia, l’idea che l’altro può essere tutto per me, non dico che se ne vada automaticamente, però … La prima volta che lei mi delude un po’, che io deludo un po’ lei, cominciamo a dire “Mah, forse era un pelino esagerato questo tutto, no? Facciamo quasi tutto, dai, facciamo tutto meno un po’, ecco”. La cosa che invece trovo sia estremamente interessante, è ciò che diceva Elisabetta verso la fine, cioè che l’affrontare continuamente i problemi è qualcosa che ci fa crescere. E qua mi viene in mente una cosa che dicevamo tanti anni fa quando mi occupavo di formazione degli insegnanti.: “Smettetela dire: “In un triangolo rettangolo il cateto A è lungo tot, il cateto B è lungo tot, quant’è lunga l’ipotenusa?“. Smettetela dire che è un problema. Non è un problema, è un esercizio. Perché si sa già come bisogna risolverlo. L’ha inventato Pitagora il modo di risolverlo, lo sappiamo da 2.500 anni. Non è un problema!”. Un problema, come dice Elisabetta, è qualcosa che non si sa prima come risolvere. Si è davanti a un evento o a qualcosa che non va come vorrei, lo guardo e dico: “Oh Dio, adesso cosa faccio?” Questo sì che è un problema!Mentre Pitagora non mi farà mai crescere, forse questo mi fa crescere. Allora, su questo però mi viene un dubbio. Nella quotidianità e soprattutto nella durata della quotidianità, come la mettiamo? Se il problema non ci fosse una volta ogni cinque anni, ma ci fosse oggi, la settimana prossima anche, poi due volte alla settimana, poi magari tutti i giorni? Lo stesso problema: ma perché? Perché lei fa così? Perché io faccio cosà? Perché… Come la mettiamo con questo?
Orioli: Di solito di fronte a un problema la reazione abbastanza istintiva è difenderci e la difesa è qualcosa che ci protegge ma non ci fa affrontare il problema, non ci fa stare davanti a lui. Facciamo un esempio difese: una difesa che adottiamo spesso è l’evitamento: non gli do peso, banalizzo, “Ma no, “non è importante”, “Perché c’è un problema? io non lo vedo…”. Questo è uno dei modi tipici difendersi. Un altro modo difenderci è quello di arrabbiarci, di attaccare continuamente perché quella cosa non va bene… sono entrambe difese normali ma che cosa succede quando un tipo di difese diventa l’unico che ho? Se io ogni tanto mi lascio scivolare via le cose, è tutta salute, mi spiego? Ma quando l’evitare costantemente di affrontare un problema è l’unica strategia che io utilizzo, non funziona più. Ad esempio, mia madre continua a fare intrusioni nella nostra vita di coppia e io non affronto la faccenda: ecco l’evitamento. Un altro modo di difenderci è quello di sottometterci, mi adeguo: questa è la sottomissione, “così non si creano problemi”. Un’altra difesa è il controllo. Sto dicendo che un pizzico di tutte queste cose va bene, non sono sbagliate, ma è sbagliato quando una di esse diventa l’unico approccio. Quindi, queste sono reazioni molto naturali, da riconoscere, da concederci sapendo che ci vengono spontanee, ma dobbiamo anche sapere che fermarci lì spesso non ci porta da nessuna parte, perché quello di cui abbiamo bisogno è di provare ad attivare delle risorse. Come posso stare davanti a questa situazione? Di che cosa c’è bisogno? Di interrogarsi: “Questo problema cosa sta dicendo?”. Di provare ad attivare un ascolto più profondo della situazione: invece di dire “Chi sta sbagliando”, dire “Questo problema che cosa dice che sta accadendo?”, “Su cosa ho bisogno di puntare un po’ l’attenzione?”. E naturalmente, se non bastano le proprie risorse, si può chiedere aiuto, confrontarsi con qualcuno, leggere qualcosa… Però è fondamentale intuire quando noi usiamo esclusivamente le difese, perché ci danno una sicurezza temporanea. Perché ho urlato e ho scaricato la mia tensione, o perché faccio finta di niente così non lo vedo, questo problema, si risolverà da solo, no? Oppure faccio quello che si sottomette, così tutti tranquilli, quando si parla di quieto vivere… Ecco, se uno di questi è l’unico modo per affrontare un problema, qualche pensierino dovremmo farcelo. Ognuno di noi è abituato ad adottare preferibilmente uno di questi meccanismi di difesa. Imparare a conoscerci è bello, perché cominciamo a vedere come funzioniamo e ad avere quella parte di noi che ci dice “Adesso basta evitare, questa cosa bisogna affrontarla!”… e poi ad affrontarla davvero. Se però riesco a intuire che cosa dovrei fare, ma mi accorgo che sono bloccato e non riesco a farlo, vuol dire che la cosa va divisa in gradini più piccoli.
Pennati: Arrivata una domanda in chat che dice: “Grazie di cuore per le stimolanti prospettive indicate nei due interventi. Vero è che nella struttura del “ti amo” c’è il “per sempre”, ma questo si invera solo se la libera scelta è vissuta articolata ogni giorno. Così si restituisce a ciascuno di noi l’essenza dell’essere umano, volontà, libertà, ricerca, nella perfezione della fragilità messa tra di noi. Che cos’è anche indissolubile? Più che il matrimonio come sacramento, unione da non sciogliere, forse c’è da curiosare come il solubile della libertà umana riesce a stare nella relazione, oltre le morti e le sconfitte, verso esempi di resurrezioni.”
Sandrin: Modificherei solo in parte questa espressione, giocando su di un solubile che si riconosce immediatamente tale, disposto quotidianamente a giocare contro se stesso e in qualche modo a non rassegnarsi e a non chiudersi nella prospettiva della propria solubilità sempre presente. Quindi è un solubile che gioca quanto se stesso, osando qualcosa che fondamentalmente non gli appartiene. Come non ci appartengono le espressioni usate più volte: sempre, ma, tutto, niente, ovunque, da nessuna parte. Prendere contatto col fatto che queste espressioni non ci appartengono e che ogni volta che le si chiama in causa è per esprimere un esercizio di trascendenza. Sapendo che questo esercizio ci coinvolge veramente ma non ci appartiene mai totalmente. Ed è interessante come anche la prospettiva della fede della Chiesa gestisca queste parole. Qual è il luogo predisposto a dire queste parole? Fondamentalmente il luogo liturgico, che ha uno spazio definito, un tempo prestabilito, un principio di separazione rispetto alle logiche della vita di tutti i giorni, che consente di costruire una forma tutelata in cui queste parole possono reggere.
Quindi creare dei contesti celebrativi in cui potersi ridire queste parole, dove non sono usate per farsi male, credo sia un buon esercizio anche da un punto di vista ecclesiale, dove tutto di me è sempre con me, mai altrove. Poi, uscendo dalla celebrazione, lo si ritrova un pezzettino alla volta in qualche modo, laddove e come se ne è capaci. E’ l’unico luogo in cui l’esperienza del tutto è dentro per tanti pezzettini. Ecco che il solubile non rinuncia all’indissolubile ma torna ad alimentarsi in questo dialogo, in questa provocazione, dove osa esporsi all’indissolubile per poi ritornare a giocare nelle logiche limitate e continuamente solubili che appartengono alla misura della nostra vita. Occorre avere questo doppio respiro, in cui vivi la vita accettando che la vivi nei pezzettini, nei frammenti, con i limiti che presenta, con la possibilità di ricordarla, rileggerla, riaccoglierla in un senso più ampio, e poi essere, in forza di questo, riconsegnato a fare i conti coi pezzettini. Credo che anche questo sia un esercizio interessante, dove i luoghi della vita vissuta, i luoghi del senso della vita celebrato, dissolubile e indissolubile, non sono nemici, l’uno contro l’altro ma sono dei grandi alleati.
Pennati: È arrivato un altro messaggio in chat: “Vorrei fare una domanda a cui forse è stato già risposto mentre scrivevo. Siccome per trovare le risorse bisogna muoversi e per muoversi bisogna avere delle energie, dove trovare l’energia quando proprio non ce n’è? E’ come quando, affamato, non riesci a procacciarti il cibo e senza cibo non hai l’energia per procacciartelo. Come uscire dal circolo vizioso?“ Grazie. Francesco.” Arrivano proprio delle belle domande ogni tanto! Siccome per trovare le risorse bisogna muoversi, per muoversi bisogna avere energia, come faccio a trovare l’energia?
Orioli: Bellissimo.
Pennati: Raccogliamo anche una domanda in sala.
Intervento: Sì, per padre Iuri. Non ho ben capito le due prospettive che avevi messo accanto e poi distinte, la prospettiva cattolica e quella ortodossa. Quando dicevi che nella prospettiva della Chiesa, il matrimonio è indissolubile, civile o non civile che sia, per tutti come se fosse una cosa prettamente umana. Poi hai detto che se, non ho capito male, nella prospettiva che dicevi cattolica non ci sono la separazione e il divorzio, perché adotta l’ottica del “solo di fino alla morte”. In realtà io però mi vedo molto nella prospettiva ortodossa, nel senso che a me pare che comunque la prospettiva ci superi di gran lunga! Quindi secondo me l’uomo da solo non ce la può fare. Io stasera non ho mai sentito, in tutto questo discorso fatto vicino a una chiesa, parlare del fatto che forse solo col perdono che ci ha insegnato Gesù è possibile il matrimonio. Non vedo altre possibilità di sopravvivenza.
Orioli: Stiamo sulle energie? Ecco, mi verrebbere da dire queste due cose. Il momento in cui non ho energie, è un momento in cui non posso chiedermi di affrontare una cosa direttamente, ma devo recuperare le energie che mi servono. Proviamo a farci questa domanda: “Che cosa abbiamo sperimentato nella nostra vita che ci aiuta a recuperare energie?” Detto in altri termini, quali sono le esperienze nutritive che abbiamo sperimentato utili nella nostra esistenza ? Proviamo a pensarla in più direzioni. Un modo per recuperare energie è, ad esempio, chiedere aiuto.
Chiedo aiuto, magari mi viene in mente un amico con cui provare a confrontarmi o a cui al bisogno dire “Guarda, ho bisogno un attimo per chiarirmi le idee”. In questo caso io recupero energie attivando un aiuto esterno. In certi momenti ci accorgiamo che ci fa recuperare energie prenderci cura di qualcosa, sentiamo proprio che ci ricarica. Il momento della ricarica è molto soggettivo, è proprio un invito a conoscersi. Ho una paziente che quando ha momenti di down deve proprio fare attività nel suo giardino: questa è un’altra fonte di energia molto preziosa, è legata al domandarmi “Come mi sto trattando?” e riguarda il rapporto tra me e me. Provate a osservare, vi invito solo a provare a fare un esercizio di osservazione di una cosa che succede a tutti. Allenatevi a osservare che cosa vi dite. Continuamente ci diciamo qualcosa, continuiamo a parlare con noi stessi incessantemente, solo che molto spesso non siamo consapevoli di quello che ci diciamo, ma a volte lo stato d’animo che abbiamo è proprio collegato a quello che ci stiamo dicendo. Facciamo un esempio, sempre sul signore di cui abbiamo già parlato? Gli ho detto: “Proviamo ad osservare che cosa si sta dicendo. Scusi, lei si alza la mattina e comincia, no? Perché è un momento di particolare stress, comincia a fare l’elenco, “Devo telefonare a quello, devo scrivere quella mail, quell’altra sta aspettando la risposta, eccetera”. Lei si sta dicendo queste cose e qual è il risultato del dirsele?”. “Che mi alzo stanchissimo”. “Molto bene, vuol dire che continuare a pensare a queste cose non le sta servendo, anche se una parte di lei è convinta che la aiuti. E’ che non può affrontare in quel momento le mille cose da fare, perché che cosa deve fare realmente in quel momento? Deve alzarsi, poi fare una bella doccia. Oh, una bella doccia! Deve scrivere la mail? No. E allora a cosa le serve pensare alle mail a fare? Deve fare una telefonata? La fa nella doccia? No!”
Allora, stiamo nel presente. Stiamo nel presente e guardate che ha un potere enorme l’aiutarci davvero a starci vicino dicendoci cosa fare. A quel signore dicevo: “Ci sono giorni in cui io ci metto 20 minuti ad alzarmi e faccio molta fatica. Perché mi sveglio così scarica? Oh, ma sa come mi devo parlare? Comincio a dirmi, ‘Elisabetta, lo sai che adesso hai questo stato d’animo, ma hai già fatto esperienza che poi quando la luce entra dalla finestra qualcosa cambia. Quindi tienilo presente, non dagli troppo peso, non credergli troppo. Adesso con calma stai qua, fermati un attimo, due minuti, goditi il tepore delle coperte, bellissimo, spettacolare, lo senti com’è bello, ok va tutto bene’ e così via, come faremmo con un bambino.”
Noi abbiamo grandi potenzialità. Provate a osservare come vi trattate, lo vedete da quello che vi dite. Provate a osservare. “Oh, madonna, devo fare sta cosa. No, quell’altra, ho sbagliato! Elisabetta, ma ti serve dirti così? No, è vero. Allora, cosa ti serve dirti?” Mi è venuto da rispondermi: “Una cosa per volta.” Una cosa per volta mi seda! Il cervello è già andato avanti tre chilometri o tre ore e ti fa vedere tutto contemporaneamente, ma, in realtà noi facciamo una cosa per volta, non abbiamo il dono dell’ubiquità. E questo ci aiuta.
Sandrin: Rispondo molto velocemente alla domanda che mi è stata fatta. Hai colto bene, nel senso che ci si rende conto che nel parlare di un matrimonio indissolubile, nell’orizzonte di tutta una vita, da un punto di vista cristiano, cattolico, non c’è un riferimento particolare a Gesù. Questo, nella prospettiva, chiaramente, dell’interpretazione che ne dà Gesù, è quello che è vero per tutti gli uomini e le donne di questo mondo e dei mondi passati che si sono sposati, che non hanno celebrato un sacramento, che non hanno ricevuto un annuncio particolare, che non hanno forse fatto esperienza esplicita del perdono. Quindi la domanda giustamente è “Ma allora qual è lo specifico nel vivere l’indissolubilità dei discepoli di Gesù?”.
Svolgere una riflessione in termini di perdono mi sembrerebbe molto interessante, però, di per sé, l’indissolubilità non ha bisogno di questo. Poi c’è lo specifico che è giusto riconoscere e mettere a tema, però è importante non confondere e non identificare. Condivido quando dici l’esperienza che c’è dietro: senza quell’esperienza di perdono, io credo non si possa fare. Capisco quello che vuoi dire. Quello che viene chiesto è anche di farcela, laddove non c’è questo. Capiamo che c’è un passo in più, c’è un passo in più nel richiamare che il celebrare un sacramento ha qualcosa da dire nei confronti del modo di intenderci solidali. Di essere una cosa tutto sommata molto, non dico umana, ma molto creaturale, che non ha un accordo particolarmente interessante con l’annuncio della buona notizia e salvezza operato da Gesù. Hai ragione, quest’annuncio non lavora a livello dell’insolubilità e dei valori del matrimonio, questi sono patrimoni di tutti, ma in un modo specifico in cui vi è richiesto una scelta di vita. Il resto a un’altra puntata o un’altra occasione.
Intervento: Sono Don Adelio, attualmente non sono più parroco da un paio d’anni. Heidegger diceva che senza un’immagine non si va da nessuna parte. Evidentemente dipende dall’immagine che viene usata anche in questo caso, perché con una certa immagine si va a sbattere e con un’altra immagine invece si arriva. Quando iniziavo i percorsi fidanzati iniziavo con questo film, Casomai, Fabio Volo e Stefania Rocca, lanciati da quel film che nessuno pensava che fosse un grande film; invece, perlomeno quanto Cassetta ne ha fatta grazie ai parroci!
Dunque, che l’indissolubilità noi preti la giochiamo abbastanza più avvantaggiati rispetto al matrimonio, perché noi possiamo divorziare con più facilità. Se sono in crisi, posso essere ridotto allo stato laicale e poi anche sposarmi. Però per un altro versante esistenziale uno è venuto meno, per sempre anche lui. Dunque, questo film inizia dicendo noi che immagini avete. Appunto la domanda è heideggeriana da questo punto di vista: “Che immagini avete del matrimonio?” E lei, che è Stefania Rocca, dice che quando era ragazza andava spesso a vedere il pattinaggio sul ghiaccio e si era rimasta impressionata di questa arte di sapere danzare sul terreno scivoloso. Il film si sviluppa a partire da questa immagine, ipotizzando come potrebbe svilupparsi il rapporto tra i due; poi si rientra dal vivo in chiesa e il prete entra senza mai citare Gesù né il sacramento. Il prete dice, “Vedete, per fortuna non necessariamente le cose vanno come nel film”, come lo stava raccontando insomma, come lui faceva immaginare. Perché? Che cos’è che conta? La tesi del film.
E allora il prete conclude così, mandando fuori tutti: “Lasciateli nella loro intimità”, perché la tesi del film è esattamente che per durare un po’ di più occorre che ci sia una presenza significativa relazionale. Tante volte ho pensato alla bellezza di questo, quando per esempio anche nelle situazioni di malattia psichica la gente che trova occasione di condividere la stessa malattia con qualcun altro, trova energie, trova risorse, trova possibilità.
Per un verso, forse stasera eravamo lasciati a considerare se non è che sia più bello, forse carico di risorse (per usare l’espressione più volte usata stasera), fare anche un po’ attenzione a custodire qualche relazione significativa attorno a noi, che non sia soltanto per andare a mangiare da amici. Io, non essendo più parroco, lì dove sono adesso, rispetto a tutti i preti che io chiamo “ministri degli interni” e anche un po’ “della difesa”, faccio “il ministro degli esteri” e frequento abbastanza spesso alcuni locali, i luoghi da spritz, frequentati da persone di 30-35 anni. La cosa impressionante è che sono amici tra di loro, ma quando devono parlare, dicono: “Usciamo un attimo?”
Come a dire: “Come si farebbe a parlare con questi altri qui?” Ecco, forse un po’ di risorse si potrebbero sì pensare nel coraggio di aprirsi a qualche altra coppia e poi sapendo che ci si mette insieme avendoci pensato almeno un pochino. L’altra cosa che mi impressiona quando incontro coppie in crisi, tanto o poco non importa, è che raccontando di sé raccontano sempre ciò che non va. E io dico, ma voi quando vi siete messi insieme qualcosa di bello l’avrete trovato, no? Non è che potete andare a ripescarlo un po’, e che magari… Come l’acqua che scorre sotto i detriti in montagna, quando si sente che c’è l’acqua bella fresca che scorre sotto i detriti, ma i detriti, quanti sono i detriti? Tiriamo via i detriti e andiamo a vedere se l’acqua fresca può ridare consistenza.
Pennati: Io ringrazio quest’ultimo intervento perché mi sento come uno schiacciatore a cui è stata alzata la palla esattamente al posto giusto. Perché, come sapete, questa è una conferenza del Centro Giovani Coppie San Fedele. Il Centro Giovani Coppie non fa solo conferenze, il Centro Giovani Coppie soprattutto vuole permettere che le coppie trovino altre relazioni. Ricordo che il fondatore del Centro Giovani Coppie, padre Ballis, tanti anni fa celebrò un matrimonio e gli scappò una cosa che provocò un’enorme risata in tutta la chiesa, ma che aveva del vero: “Perché ricordatevi, voi che adesso vi sposate, che una coppia funziona bene se è un triangolo” … urca! “Cioè, se si è in tre, come no… Insomma, capitemi!” e cominciò a spiegare esattamente le cose che abbia sentito dire adesso, cioè che una coppia non può vivere da sola, non è possibile che faccia tutte quelle cose di cui si è parlato e abbia quel tipo di apertura anche al mistero, se rimane chiusa in sé. Allora, il Centro Giovani Coppie ha sempre promosso la formazione di gruppi di coppie seguiti da una coppia di conduttori, lungo percorsi assolutamente liberi in cui l’importante è che le coppie parlinoo tra loro di ciò che per loro è in quel momento importante. Ecco, se tra voi ci fosse qualcuno che avrebbe piacere di fare un’esperienza di questa natura, il sito www.centrogiovanicoppiesanfedele.it ha una piccola sezione contatti in cui potete dire il vostro desiderio. E noi saremo felici, appena riusciremo, di costruire un altro gruppo o di inserirvi in qualche gruppo esistente.
I relatori
P. Iuri Sandrin s.J., gesuita friulano, è laureato in Filosofia presso l’Università di Padova e in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana, con specializzazione in Liturgia Pastorale consguita a Padova, presso ILP di Santa Giustina. E’ stato impegnato per diverso tempo nella pastorale universitaria tra Padova, Bologna e Pisa. E’ attualmente parroco della Parrocchia di Santa Maria della Scala in San Fedele a Milano. Collabora con il Centro Giovani Coppie San Fedele.
Elisabetta Orioli, Psicologa, ha collaborato fino al 2010 con il COSPES dei Salesiani dove si è occupata di orientamento, psicodiagnostica, consulenza clinica e formazione.Attualmente lavora come psicoterapeuta; collabora a progetti formativi per genitori e per coppie e con il Centro Giovani Coppie San Fedele.

