Conferenza del 9 ottobre 2025
Le coppie miste – binazionali, biculturali, interetniche, interconfessionali e interreligiose – si
pongono quale fenomeno sociale legato alla sempre più frequente possibilità di incontro
tra persone di origini culturali e religiose diverse. Realtà familiari ancora troppo poco
incontrate e ascoltate, fin dal primo incontro portano il peso di un bagaglio di visioni,
stereotipi e pregiudizi da parte della stessa società che le “rende possibili”: dall’essere
definite “segno dei tempi” o “laboratorio interculturale domestico” all’essere considerate
realtà irrimediabilmente problematiche. Ma a quale lavoro di costruzione e di cura della
relazione tali coppie sono chiamate? Quali le risorse e le fatiche che le caratterizzano?
Quali domande stimolano sull’essere coppia e famiglia oggi?
Ecco le registrazioni audio e video della conferenza
Ecco la trascrizione della conferenza.
Viaggio nelle diversità culturali di coppie e famiglie
Roberto Roveda – Centro Giovani Coppie San Fedele: Per questo primo incontro del ciclo di incontri 2025-2026 abbiamo deciso di affrontare il tema della diversità all’interno della coppia da una prospettiva un po’ diversa da quella abituale, una prospettiva antropologica. Per questa ragione abbiamo invitato la professoressa Barbara Ghiringhelli, che è un’antropologa che si è lungamente interessata e occupata del tema della diversità culturale, religiosa, di confessione all’interno della coppia. Questo è un punto di partenza per noi, per portarci anche a riflettere sulla diversità all’interno delle nostre stesse coppie: anche se si è nati nella stessa nazione o nella stessa città ci possono essere diversità profonde di tipo culturale. Ecco, prima di tutto mi farebbe piacere che la dottoressa ci raccontasse un po’ alcune sue esperienze, perché ha lavorato a lungo in quest’ambito: ha fatto un lungo percorso che mi piacerebbe riassumesse per poi entrare nel tema del nostro incontro. Grazie.
Barbara Ghiringhelli: Buonasera a tutti, a chi è presente e a chi è collegato da casa. Intanto grazie dell’invito perché mi fa molto piacere essere qui e tornare a parlare di coppie miste a Milano. Io adesso non sono più di base milanese, sono più romana e umbra, anche se continuo a insegnare all’università qui Milano, dove sono docente di antropologia culturale e di antropologia dell’immaginario mediorientale. Quindi ho un taglio specifico legato al mondo arabo islamico. Sono molto felice di essere qui a Milano, perché tutta la mia avventura di conoscenza e di incontro e di dialogo relativo a quelle che sono le coppie, le famiglie miste, che per me è stata un’esperienza e continua a essere molto arricchente a livello non solo professionale ma anche umano, nasce a Milano, nel Centro Ambrosiano di Documentazione sulle Religioni, fortemente voluto dal Cardinal Martini. In questo centro a un certo punto si avverte l’esigenza di dare vita al primo consultorio in Italia per famiglie interetniche, quindi per coppie miste, dove l’attenzione era proprio legata a una diversità religiosa, quindi interreligiosa e interconfessionale. È stato un centro che si è fortemente focalizzato sull’accoglienza e l’accompagnamento delle coppie cristiano-islamiche, quindi dove una parte è cristiana cattolica e l’altra ovviamente musulmana. Nella stragrande maggioranza dei casi, se pensiamo appunto a più di 20 anni fa, la parte musulmana era sempre straniera. Oggi le coppie cristiano islamiche si caratterizzano anche per essere magari composte da due persone italiane autoctone, quindi da sempre di origine italiana. Vuol dire che una delle due parti si è convertita all’islam. Quindi questo già ci dice un aspetto importante; quando parliamo di coppie, di famiglie, noi parliamo sempre di realtà molto importanti che sono specchio della società. Questo lo riprenderemo stasera proprio nel parlare delle diversità culturali. Oggi le diversità sulle quali ci concentriamo, che percepiamo come diversità, possono essere diverse, hanno un colore diverso, rispetto a quelle di cui parlavamo vent’anni fa. Capite bene che fare un percorso di discernimento e di accompagnamento quando nella coppia c’è una diversità di religione, ma c’è una comunanza di tradizione culturale più ampia, è un determinato percorso. Quando invece ci troviamo a accompagnare coppie dove la diversità è anche nazionale e quindi anche tutto il loro mondo culturale si caratterizza per delle peculiarità altre è un’altra cosa. L’essere coppia, il fare famiglia ed essere riconosciuti come coppie, come famiglia, ha delle peculiarità che toccano assolutamente la dimensione culturale, cioè l’essere famiglia o comunque la dimensione di coppia, della parentela, della filiazione: sono tutti aspetti che accomunano tutti i popoli al mondo, tutte le comunità. Parlo proprio da antropologa: c’è una mamma, c’è un figlio, c’è uno zio. Ma chi è lo zio, chi è il papà e cosa fa il papà e cosa fa la mamma? Sono assolutamente culturalmente connotati. Quindi è un’esperienza umana che condividiamo tutti quanti, ma che si realizza nella concretezza in modalità diverse. Proprio per questo parliamo di diversità che vanno ben oltre alle differenze, anche nell’ambito di una stessa nazione, che ci sono rispetto all’idea di coppia, di coppia, di famiglia. Queste diversità variano nel tempo, nel tempo perché non c’è nulla di più dinamico della dimensione culturale. Una cosa abbastanza interessante è che, nell’ambito del dinamismo della dimensione culturale, uno degli aspetti che cambia con maggiore lentezza è proprio quello della famiglia. Io faccio sempre questo esempio: ogni tot anni si fanno ricerche nell’ambito dei diritti dei diversi paesi. In Italia abbiamo il diritto di famiglia, il diritto finanziario, il diritto penale, il diritto civile. Si studia quante e quali modifiche avvengono in questi vari aspetti del diritto. Ecco, sappiate che a livello universale, l’area del diritto che soffre di più il cambiamento, che è più lenta nel cambiamento, è l’area del diritto più privato, del diritto di famiglia. Perché di solito le norme di un diritto rispecchiano, come dire, le fondamenta su cui nasce l’idea di famiglia. Quindi è una questione valoriale. C’è una dimensione anche religiosa nelle diverse aree del mondo. Tutte le religioni dicono qualcosa sull’essere coppia, sulla famiglia, sulla parentela, sui legami affettivi, sentimentali e certamente dicono qualcosa sui legami intergenerazionali e sulla filiazione; quindi ecco davanti a cosa ci troviamo quando parliamo dell’essere una famiglia mista. E mista è un termine molto generico. Occorre comprendere le dinamiche di questa realtà, oggi tra l’altro molto, molto attuale, certamente molto più di quando ho iniziato a incontrarla come fatto sociale. La famiglia è un fatto sociale in tutte le culture del mondo. “Mista”, abbiamo detto che questa definizione è molto generica per indicare la diversità, perché poi va riempita di alcune dimensioni. Vi faccio un esempio: abbiamo tantissimi film, che uso anche per la formazione in università, dove la grande attenzione alla famiglia mista era quella che vedeva una persona di colore con una persona bianca. Voi sapete in quanti paesi c’erano le leggi che vietavano i matrimoni interrazziali. Oggi in alcuni paesi è assolutamente la norma, in alcuni non ancora. Un tempo non si parlava tanto dei matrimoni interreligiosi, perché c’era anche meno possibilità di incontro e di contatto, nel senso che persone di determinate religioni generalmente erano presenti in determinati paesi, in determinati contesti territoriali e non era neanche facile incontrarsi. Oggi è molto frequente parlare di matrimoni interconfessionali e interreligiosi, tanto è vero che un po’ tutte le religioni, da quelle abramitiche, i tre monoteismi, alle altre religioni che in qualche modo sono presenti nel panorama religioso italiano, si trovano a occuparsi di queste famiglie perché sono molto frequenti, perché la società oggi permette l’incontro. Anzi, provoca quasi l’incontro per come è strutturata. Parliamo di società interculturali, di società globali, dove anche la comunicazione è molto facile anche da remoto. Non sono poche le persone che magari si sono conosciute in uno scambio Erasmus e poi continuano la frequentazione. Sì, penso ai miei studenti. Quanti dopo le lezioni vengono a chiedere qualche consiglio per il loro ambito privato. Pensate anche alle tantissime persone che viaggiano per un volontariato di cooperazione internazionale: anche nell’ambito dell’anno del loro servizio civile di volontariato e incontrano persone di altri paesi, di altre culture, di altre religioni. In quelle circostanze, quindi, le occasioni di incontro oggi esistono. Un tempo erano davvero molto rare da un punto di vista antropologico, e questo è interessante.
Si dice che oggi viviamo in un contesto di culture de-territorializzate; fino a qualche decina di anni fa se pensavamo a una persona Araba musulmana generalmente per incontrarla dovevamo andare in uno di quei paesi. Oggi persone arabe e musulmane sono facilmente i compagni di classe che i figli hanno a scuola, il collega di lavoro, magari anche l’infermiere che troviamo in ospedale. C’è la possibilità di incontro e quindi, in termini di demografia statistica, quando si parla di famiglia è chiaro che i matrimoni con certe combinazioni risultano più possibili al momento in quello che viene chiamato “mercato matrimoniale” (è brutto dirlo, ma in gergo accademico si dice così…). C’è la possibilità di incontro e allora capite che ciò che è considerato misto da società a società, da periodo storico a periodo storico, può anche cambiare. E questo è un aspetto importante.
Mi sono un po’ allungata, anche se non ho detto tutte le mie esperienze, perché già ho preso il “La” parlando del CAD. Oggi in Italia sono diverse le realtà, se pensiamo al mondo delle diocesi, delle parrocchie, che hanno in qualche modo strutturato dei percorsi specifici. Sono pochi rispetto al necessario, ma ci sono: penso a Torino, penso a Bologna, penso a Palermo, Bari. Tutta una serie di esperienze esistono, ad esempio esiste l’associazione Aifcom, l’Associazione italiana famiglie e coppie miste in Italia, che sta cercando di offrire tutta una serie di servizi, ad esempio di consulenza, che affrontano il tema della diversità in termini di sostegno della coppia e della famiglia. Quindi nulla è statico quando parliamo di famiglie miste e di differenza culturale perché non c’è niente come la cultura che è così dinamico e questo è importante. Ma perché? Perché famiglia è cultura? C’è un dato molto importante che bisogna aver presente quando si parla della coppia mista e della famiglia mista, che sia binazionale, che sia interreligiosa, quindi indipendentemente dal tipo, dall’indicatore della diversità esistente in quella coppia, ed è che con il termine cultura si fa riferimento a tutti quei comportamenti e abitudini apprese dall’individuo, dei quali non c’è una trasmissione biologica. Però cosa avviene? Che questo apprendimento avviene da subito, da quando noi nasciamo. Pensate a ciò che i nostri cari fanno su di noi quando siamo bambini, appena nasciamo: sono pratiche culturalmente connotate. Nel mondo musulmano il papà sussurrerà subito, al momento della nascita, una preghiera all’orecchio. In altre religioni, proprio al momento della nascita, verranno fatti altri gesti. Il nome che il genitore decide per il bambino è culturalmente connotato, la lingua che apprendiamo è culturalmente connotata. Nessuno di noi ha deciso. Io non ho deciso di avere come madrelingua l’italiano, è la lingua che qualcun altro m’ha imposto, insegnato, ha fatto diventare mia. E allora potremmo andare avanti a fare tanti esempi, dobbiamo arrivare a dire che anche quello che nelle diverse culture, per le diverse persone è l’impegno di coppia, la prospettiva, come vivere un matrimonio, cosa aspettarsi da un genitore, anche questi elementi sono culturalmente connotati: non c’è una dimensione naturale del come essere genitori, del come diventare coppia. Questo aspetto è culturale. Qual è il tema? Che la maggior parte delle persone vivono questa dimensione come naturale: la propria abitudine è vissuta come “la” abitudine, la più normale delle cose da fare, quando ci si fidanza, quando si diventa genitori, quando si diventa marito o moglie. Vivendola così, al naturale, si perde l’elemento del culturale e allora si pensa che sia l’unico modo per essere, perché è il modo naturale. Quando si incontra una coppia che ha una diversità significativa in termini culturali, in termini religiosi, ecco che vediamo che questo aspetto del “si fa così, è naturale” salta, perché ci si incontra con un altro naturale che in realtà è un altro culturale. E allora nel titolo abbiamo messo la parola “diversità”: voglio stimolare un po’ su questo aspetto della “diversità” che, tra l’altro, chi si occupa della famiglia e della coppia dice che è da recuperare anche nell’ambito delle delle coppie e delle famiglie monoculturali.
Incontrando l’altro che è diverso scopro e ridò valore alla mia diversità. Perché? Perché antropologicamente parlando non si è diversi in sé né per sé. In assoluto ognuno di noi non è diverso, diventa diverso in una determinata situazione perché qualcun altro di esterno individua qualche mia caratteristica culturale come elemento di diversità. Faccio un esempio: io ho girato più di 50 paesi e ho vissuto un po’ in paesi molto diversi dal mio paese d’origine. Sono stata molto in Africa, molto nei paesi mediorientali e io, in poche ore d’aereo, passavo dal vivere con naturalezza tutto, allo scendere dall’aereo ed essere la diversa. Alcune mie caratteristiche, in quel contesto, mi indicavano come diversa e potevo tornare in un attimo a non essere diversa. Oggi non occorre prendere l’aereo per vivere queste situazioni. La cosa buona è che, essendo relazionale il concetto di diversità in antropologia, bisogna pensarlo anche come un concetto da applicare nella coppia monoculturale. Se io individuo l’altro come diverso, è diverso da me, ma in automatico io sono diversa da lui. Quindi nella coppie miste è molto evidente questo concetto di reciprocità, che è uno stimolo perché ci fa abbandonare il concetto di naturalezza e ci fa tornare sulla nostra identità. Ci pone domande. La cosa molto arricchente in tutte le difficoltà, un aspetto secondo me di grande ricchezza delle coppie miste, si ha quando la coppia decide di fare un lavoro: non è scontato, si parla proprio di costruzione in questo percorso. La continua costruzione della coppia e poi della famiglia è proprio questo percorso. Coordinando il consultorio e oggi facendo un po’ questo lavoro a livello nazionale… quante coppie incontro? Io lavoro proprio con le coppie, quindi trasmetterò stasera, più che una parte accademica, la parte esperienziale che mi sembra anche quella più vera. Sovente mi sono trovata davanti persone che dicono: “Ecco, vivere con lui così religioso e praticante mi ha portata a farmi domande sulla mia tradizione. Io per tradizione ero religiosa, però tante cose della mia religione non le sapevo. Sono entrata in crisi ad esempio quando mi ha chiesto “Ma perché voi digiunate?”… e doverglielo spiegare!” Trovi persone che vanno a recuperare la loro identità perché le coppie, ad esempio, con differente religione riescono a fare un gran lavoro quando hanno identità chiare. Chi ha un’identità solida non ha paura di dialogare e non ha paura di incontrare l’altro. Attenzione, quando dico solide identità chiare non dico che si è fondamentalisti o radicali, sono cose diverse. Quindi chiariamoci subito sui termini, non voglio creare dei fraintendimenti. Anzi sono proprio le polarizzazioni che non aiutano perché dove c’è polarizzazione cosa manca? Manca l’accoglienza, che significa che manca il dialogo e molto spesso manca il rispetto, della differenza dell’altro. Le diversità culturali esistono ma le diversità possono diventare ostacolo o risorsa importante nel momento in cui sono riconosciute tali. Ad esempio in Italia gli ultimi sondaggi dicono che, come società, abbiamo ancora fatiche per pregiudizi e stereotipi, non abbiamo tanta confidenza con le coppie interrazziali e con le coppie interreligiose. Parliamo di società italiana perché mi è stato chiesto di fermarmi un po’ sulla nostra realtà. Poi a Milano c’è tutto, lo sapete bene, Milano in questo è una grande metropoli, davvero è un po’ un laboratorio sociale, nel bene e nel male. C’è tutto, c’è tutto. Quindi la cosa più importante che noi possiamo recuperare come stimolo nella riflessione sulle coppie miste è ricordarci sempre che incontriamo una persona che ha una sua storia, ha una sua identità, caratteristiche sue. In realtà la diversità culturale netta della coppia mista ci invita a recuperare anche la diversità proprio tra persone. Poi, è chiaro, in alcune cose può essere più semplice, in altre cose meno. Che cos’è la famiglia? Cos’è essere coppia? Anche questo è un costrutto culturale. Questo significa che nella coppia mista se non c’è dialogo non si forma una coppia, non si forma una famiglia. Nella coppia mista a incontrarsi non sono due mondi, ma sono persone: e questo è fondamentale, èun altro aspetto che emerge molto nell’accompagnamento delle coppie miste. Che cosa vuol dire? Vuol dire che ogni persona ha la sua storia.
Non si incontra l’Islam con il cristianesimo, non si incontra il buddismo col cattolicesimo, non si incontra una razza con l’altra, quindi una caratteristica somatica. Si incontrano persone con le loro storie. Non possiamo, e questa è un’attenzione che dobbiamo molto avere nell’ottica dell’accompagnamento noi che abbiamo questa sensibilità nell’operare con le famiglie e con le coppie, non possiamo ragionare e accogliere secondo etichette. Questo è un tema molto ampio anche quando parliamo di famiglie migranti. Non possiamo andare per definizione: è arrivato l’egiziano, è arrivato il musulmano, è arrivata la russa, è arrivato il peruviano; ma dobbiamo pensare è arrivato Mohamed, è arrivato a una certa età oppure è nato qua di seconda generazione, ha questa esperienza di vita, questa storia di vita. Perché nella coppia si porta la storia di vita, non si porta solo il passaporto. L’invito quindi che viene fatto è quello di vedere sempre la persona, perché questo è necessario. Le coppie miste ne hanno bisogno. Perché sul fronte esterno, delle dinamiche con la società, ricordiamoci che essere coppia, fare famiglia, è un elemento privatissimo della persona, è una dimensione privata, ma tra gli elementi della dimensione privata dell’individuo è quella con più risvolti sociali, da tutti i punti di vista, anche istituzionali. Da sempre siamo cresciuti con l’idea, presente in tutti i manuali che si hanno in mano, che la famiglia è la base della società. Se la coppia riesce a fare un ragionamento, a volte invece la società, che è quella che oggi crea l’opportunità dell’incontro in termini di mercato di matrimoniale, è essa stessa che alza delle barriere enormi nel riconoscimento di queste coppie. Ancora oggi, è chiaro ci sono miglioramenti e sono sempre di più, ma se pensiamo all’Italia da un punto di vista sia istituzionale che comunitario, che familiare, queste famiglie incontrano delle fatiche enormi. Perché? Perché vengono applicati dei criteri, delle etichette e non delle storie di vita. Ero in un consultori che adesso non c’è più l’11 settembre: ce lo ricordiamo tutti, che cosa è stato. Non occorre neanche dire l’anno perché è una data, adesso abbiamo il 7 ottobre, ma ne abbiamo anche altre di date… Ma voi potete immaginare la sofferenza delle coppie, dove una delle parti era musulmana, un po’ di più, forse arabo-mussulmana? Mi ricordo di un medico, sposato con una donna italiana, che andava in giro sempre con la valigetta del medico. Lui saliva sugli autobus e le persone scendevano. Io ero in Marocco, il 7 ottobre di due anni fa ed ero ospite da una famiglia dove lui è marocchino, musulmano e lei è giordana cristiana e vivevo a casa loro con le loro figlie. La sofferenza in quei giorni di quella famiglia, di quella coppia! Tutti stiamo male per quello che sta succedendo nel mondo, ma pensate come entrano alcune cose nell’intimità, non solo perché si tratta di appartenenze, ma anche perché tutto il mondo, da un momento all’altro, si rivolge diversamente nei tuoi confronti. Un peso enorme. Quindi quando parliamo di diversità culturale della coppia, noi dobbiamo tener presente che, proprio per questi meccanismi di concezione sulla diversità, anche alimentati da pregiudizi, stereotipi, comunicazione mediatica che chiaramente non aiuta, anche la coppia si affatica di tutta una serie di eventi esterni che possono dare una fatica in più da gestire. Sono aspetti da non trascurare. Io collaboro con l’Unedi della Conferenza episcopale italiana, che è l’Ufficio Nazionale Ecumenismo e Dialogo Interreligioso. Lavoriamo per il dialogo e il tema delle coppie interreligiose e interconfessionali chiaramente entra. Una coppia interreligiosa e interconfessionale è una palestra di dialogo, perché è quotidiano il dialogo nella vita. È importante sostenere le famiglie con lacontinua presenza come gruppo per le coppie, visto che qui lavoriamo anche con l’idea di come accompagnare le coppie; il salto che oggi dobbiamo fare, però, in termini di pastorale, è quello di far sentire la coppia dentro a una comunità anche quando è interconfessionale, interreligiosa, perché può scattare subito anche un meccanismo di solidarietà, non tanto sul bisogno concreto, quanto sul bisogno di riconoscimento e di distinzione rispetto alla tendenza che oggi si ha nella società di definire e distinguere per categorie molto superficiali.
Pensate a quello che stiamo vivendo oggi: per esempio, a tutta la questione dei matrimoni interconfessionali parlando di Russia e Ucraina e dei matrimoni anche interreligiosi, o parlando di quello che sta succedendo in altre parti del mondo. Ecco, non vedetele come cose distantissime rispetto a una coppia che possiamo avere in parrocchia, perché magari non lo verbalizzano, ma se voi li accogliete, gli parlate, esce fuori. Già fanno fatica con le famiglie d’origine, che magari non hanno avuto le occasioni e gli strumenti per questo avvicinamento che la coppia ha avuto. Faticoso, è certamente faticoso. Si dice che è una palestra, molti dicono che è un laboratorio interculturale, una palestra di dialogo. Però, come tutte le altre coppie, è importante non lasciare sola dentro casa. Questo non significa andare a invadere l’intimità di una vita domestica, significa però coinvolgere anche queste coppie nel sentirsi e nell’essere comunità.
Che cosa è richiesto generalmente a una coppia mista? La consapevolezza dei ragionamenti che abbiamo fatto prima, che il nostro naturale, a cui noi attingiamo in maniera spontanea, nel pensare alla relazione di coppia e anche alla dimensione familiare, non è naturale ma culturale. Se ognuno lo pensa rispetto a sé, è chiaro che può capire che anche per l’altro è così. Questa consapevolezza deve far lavorare sulla conoscenza vera e propria. Io devo anche studiare l’altro, nel senso di interessarmi meglio dell’altro, conoscerlo per riuscire a interpretare quello che fa o quello che mi chiede o come si comporta, per poi parlarne insieme abbattendo pregiudizi che è naturale avere, per cercare con rispetto di accorgerci e trovare il modo per vivere come ricchezza questa nostra dimensione. Abbiamo scelto di essere coppia e anche di intraprendere un percorso che aiuta di più a superare gli ostacoli che tutte le coppie incontrano, comprese quelle quelle miste. Questo gioco di specchio, incontrare l’altro, riflettere su di noi e sulla nostra identità ci pone domande su di noi: è bene riportare questo anche nell’ambito di ogni coppia, indipendentemente dalla differenza che si intende essere presente quando si parla di coppie miste, che siano ripeto binazionali, interrazziali, interreligiose, interconfessionali e quant’altro. Sembra scontato ma non lo è fare questo lavoro. L’accompagnamento, l’ascolto di terze persone, il sentirsi riconosciuti all’esterno è fondamentale per stare lì, fieri, anche nel momento in cui poi arrivano dei figli e, a volte, si cade un po’ in una fatica maggiore. E uso le parole, col loro accordo, che mi portò una famiglia e che spiegano benissimo quello che intendo. Questa coppia, erano fidanzati, poi si sono sposati e hanno deciso di vivere in Italia. Una coppia impegnata anche in termini di pastorale. Nascono i figli e arrivano a chiedere un colloquio: “Mi sa che abbiamo bisogno un po’ di mediazione familiare perché siamo siamo in crisi, ma non siamo uno contro l’altro perché ci capiamo, ma perché ognuno di noi avverte che è nato il figlio e ognuno di noi ha il suo grande desiderio che il figlio gli assomigli il più possibile, chiaramente non somaticamente ma in termini di modi, di stili, di appartenenze”. E come si fa? Impossibile. C’è tutto un lavoro che la coppia deve fare per decidere. L’ho detto prima, quando c’è un bambino è sempre un adulto che prende le decisioni per lui e le può prendere bene o male, ma intanto segnano: si può anche cambiare nella vita, però inizialmente qualcuno decide per te. Quando ci sono i genitori sono loro a decidere e quindi lì i primi accordi vanno presi. Sembra una cosa banale, ma non lo è, a partire dalla scelta del nome. Il battesimo è un altro tipo di segno, di iniziazione o di entrata in una comunità religiosa. La coppia si trova subito a prendere decisioni che si basano su tutta una serie di aspetti. Ad esempio, un aspetto interessante è la sostenibilità di un’appartenenza e di un’identità. Il contesto in cui la coppia pensa che vivrà sarà importante per decidere anche che cosa passare al figlio, perché è un’identità che si potrà vivere e che non si potrà vivere. Sono tanti gli aspetti, ma questo è importante perché pensi al bene, metti al centro il figlio. Certo che l’importante è non negare le appartenenze. Se non le neghi e in qualche modo c’è questo percorso di conoscenza, di ascolto, di rispetto, di dialogo e di recupero sempre della scelta che è stata fatta di essere coppia, pesa molto in termini di valore positivo anche per la riuscita nel tempo la capacità di discernimento. È fondamentale, è assolutamente fondamentale, che ci siano più servizi, più realtà che siano in grado di fare questo e sono un po’ critica, ce ne sono davvero poche: c’è gente che fa transumanza di chilometri, addirittura passa da una diocesi a un’altra, per riuscire ad avere qualche colloquio, qualche accompagnamento. È chiaro che poi lafatica, anche familiare, poi rende tutto ciò insostenibile. Questo è un bisogno che si avverte in Italia in termini di pastorale, nel senso che c’è davvero poco per darvi risposta mentre la richiesta è presente, indipendentemente dal numero dei matrimoni religiosi, dal momento in cui arrivano i figli. C’è una richiesta e un accesso alle classiche realtà dell’aiuto e del sostegno, che però sono un po’ impreparate, perché chiaramente bisogna sapere tante cose: bisogna conoscere il mondo culturale, il mondo religioso, il mondo giuridico dell’altro. Per alcune cose, infatti, si dice che appunto occorre rafforzarsi in Italia sul piano istituzionale, sul piano educativo, del dialogo interculturale, ma anche del dialogo interreligioso e interconfessionale. Quindi grandi fatiche interne ed esterne, ma anche possibilità di essere una grande risorsa che è una grande testimonianza del fatto che il dialogo è possibile. Dovremmo riuscire a dare un pochino più di spazio alle coppie miste anche per essere testimoni di questo nell’ambito di una comunità. Perché, ripeto, la società di oggi alimenta la possibilità dell’incontro, ma poi alziamo il muro: “Due persone così diverse vogliono…”. E’ quasi è una contraddizione, non c’è tanta accoglienza. Poi è chiaro come anche nelle famiglie monoculturali, nelle coppie monoculturali possono intervenire problemi, possono intervenire fatiche, possono intervenire fallimenti. Come abbiamo invece assolutamente esperienze illuminanti. Nell’ambito di alcuni incontri con rappresentanti delle diverse confessioni cristiane, nonostante non tutte le confessioni cristiane riconoscano il matrimonio anche interconfessionale, non solo interreligioso. c’è una parte che parla di queste coppie anche come una profezia da considerare, in questo tempo, attuale. Quando la coppia riesce a vivere tutto questo, una dimensione di dialogo, una dimensione di laboratorio interculturale? Quando ci sono gli aspetti che abbiamo detto prima: sicuramente il riconoscimento che diverso non è solo l’altro e quindi la reciprocità, quando ci si pone in termini di accoglienza, di ascolto e di rispetto a cercare di comprendere l’altro. Attenzione, l’altro aspetto che dico sempre nei corsi, anche all’università, da antropologa, è: “Comprendere non significa condividere”. A volte leggo cose che mi evidenziano un po’ questa confusione. Anche nel nostro mondo, quando parliamo di altri mondi culturali, altri mondi religiosi, comprendere è un’altra cosa, è un elemento fondamentale anche per valutare e interessarsi all’altro: non significa perdere la propria identità perché ci si sente interessati all’altro, significa spendere la propria possibilità di testimonianza della propria realtà all’altro. Cioè comprendere non significa condividere, è un’altra cosa. Pensate a che cosa accade nelle coppie: non è che si condivida tutto, ma è importante comprendere perché l’altro ha una certa esigenza che magari noi non abbiamo; Condividere invece richiederebbe di affermare “Sì, allora la tua esigenza è anche la mia”. Comprendere cioè non è uno scambio d’identità o un annullamento d’identità, è un’altra cosa.
Roveda: Mille grazie, perché ci ha dato molti stimoli. Nelle parole che lei ha detto mi sono appuntato mentalmente la parola diversità, che a mio parere è una tematica che riguarda tutte le coppie, ma riguarda anche tutte le relazioni umane. Spesso ci dimentichiamo quanto può essere arricchente la diversità focalizzandoci invece su una ricerca di omogeneità. La diversità spaventa, però in realtà è quella cosa che ti permette, un po’ come ha detto Lei, di ritrovare la propria identità, di mettersi in discussione e forse di creare quel dialogo di cui lei parlava. Perché l’altra parola che lei ha evocato è la parola dialogo, altro tema che appartiene a tutte le coppie, a tutte le persone, a tutte le relazioni. Che si collega bene a quello che secondo me lei ha detto, comprendere è diverso da condividere, perché in qualsiasi dibattito a cui assistiamo su qualsiasi tema, ultimamente, nel momento in cui una persona prova a comprendere, subito viene scambiato per un alleato, per un qualcuno che vuole condividere un’opinione o schierarsi. Comprendere è un’altra, è un’altra cosa cercare di capire. Comprendere è quello che si vuole fare anche nella coppia. L’altra parola che lei ha evocato, che mi sembra molto importante, è la parola rispetto. La parola rispetto è ciò che permette di dialogare e di intessere una relazione anche quando si è in difficoltà. E poi anche l’altra tematica che possiamo fare nostra per qualsiasi coppia, che sia monoculturale, pluriculturale, o chiamiamola come vogliamo, è la questione dei figli. Ognuno di noi vorrebbe che il figlio o la figlia ci assomigliasse, facesse le stesse scelte che facciamo noi, che forse più vicino a noi che magari alla mamma o al papà, c’è questa cosa in ognuno di noi. Io tornerei un attimo sul tema della diversità, perché lei ha detto giustamente che nelle nelle coppie miste questa cosa è evidente, diventa palestra. Nella sua esperienza, queste coppie immagino che affrontino molte difficoltà, perché non riesco a immaginare che laddove c’è tanta differenza non ci sia anche difficoltà. Secondo lei queste coppie generalmente sono più portate a riflettere su loro stesse? Nella sua esperienza c’è un modo di affrontare queste problematiche? Sono spinte ad affrontarle?
Ghiringhelli: Spinte perché devono farlo. Quando è così netta la differenza, emerge anche in maniera importante il bisogno di affrontare alcune tematiche anche dentro la coppia. Vi faccio degli esempi concreti. Quando si parla di diversità non parliamo solo del modo in cui si cucina e si mangia, ma del modo in cui si parla, del tipo di relazione che si mantiene con la famiglia. Anche questo è un aspetto di grande diversità. Quanto la mamma e il papà del marito o della moglie rimangono attaccati al figlio, in quale modalità lo fanno? E come il figlio e la figlia rimangono attaccati ai genitori? Ma anche, ad esempio, in culture dove l’essere famiglia significa essere in tanti, essere una famiglia clanica, che cosa significa adoperarsi per la famiglia? Ad esempio, ho incontrato coppie che hanno dovuto soffermarsi molto sul tema, soprattutto quando una persona, una delle due, era anche straniera, generalmente immigrata, e mandava i soldi nel paese di origine. Si fa fatica a campare in Italia. A volte mi sentivo dire dalla parte italiana, “Porca miseria, metà dello stipendio, se non qualcosa in più, viene inviato nel paese di origine. È giusto. Capisco. Però … noi siamo qui che è un po’ annaspiamo”. È un tema, però per alcune persone è imprescindibile perché c’è questo mandato della migrazione dalla famiglia; anche il senso del come si rimane famiglia con il nucleo di origine è diverso molto spesso da quello che abbiamo noi. Penso anche alla dimissione giuridica e istituzionale. Tra l’altro, ci sono tutta una serie di associazioni che stanno stimolando molto l’Italia a rivedere alcuni aspetti. C’è un’associazione che riunisce le associazioni europee per garantire il diritto di famiglia, dell’essere famiglia alle coppie miste. Perché è un conto se ci si incontra in Italia e si sta già in Italia e se tutti in qualche modo si è già residenti in Italia, ma se qualcuno viene dall’estero, soprattutto da qualche paese, non è così scontato poi far arrivare la moglie. Non è neanche così scontato o, meglio, non sei così libero rispetto al tipo di celebrazione che puoi avere, perché a volte ti trovi in un paese dove sei costretto a fare una certa ritualità, perché se tua moglie e tuo marito non risultano già sposati secondo quella ritualità non li vedrai mai arrivare in Italia. Su tutto questo c’è il cappello del diritto. Ad esempio, pensiamo alle seconde generazioni in Italia. Periodicamente emerge il tema della cittadinanza. Pensate a questo, quando voi viaggiate, anche per un viaggio di turismo, di vacanza e andate in un paese all’estero, quando vi spostate e avete una valigia e in quella valigia c’è il vostro passaporto, vuol dire che una parte dei diritti del vostro paese vi segue anche dall’altra parte del mondo. Sappiate che buona parte di questi diritti che vi seguono, o comunque una parte dei diritti che vi seguono, sono i diritti legati alle relazioni famigliari. Succede a noi e succede a tutte le persone al mondo. L’abbiamo detto prima, il diritto di famiglia rispecchia le società, i valori, la religione e quant’altro. Noi abbiamo qui, presente in Italia, delle seconde generazioni che magari non parlano la lingua del paese di origine e che, rispetto al vivere su una dimensione familiare, sono vincolati al diritto del paese di origine, nel bene e nel male. Che cosa significa? Ad esempio, il divieto di alcuni matrimoni, oppure la possibilità di tutta una serie di istituzioni che riguardano l’ambito di famiglia che entrano nella loro vita personale: le coppie si trovano ad affrontare tutto questo. Quindi c’è una dimensione di diritti istituzionali e giuridica per tutti quanti. Quando noi parliamo appunto di diversità culturale, di diversità religiosa, noi parliamo di piano ontologico, oltre che del piano delle pratiche (come ci si veste, come si mangia, come si fanno le cose del quotidiano), che sono quelle che vediamo di più. Però sul piano ontologico di ogni coppia, indipendentemente dal fatto di aderire a una religione o meno, c’è tutto il tema della bioetica. Quanto pesa? Quanto è da riflettere? Cosa vuol dire? Ad esempio, la coppia non può avere figli. Che cosa è considerato possibile, non possibile, legittimo, non legittimo in termini di passaggio e quali sono le conseguenze in termini di fattibilità giuridica e anche di piano culturale? La questione dell’adozione di bambini: l’adozione è un istituto giuridico che non esiste in tutti i paesi. Quindi se tu hai un marito o una moglie che non ha ancora il passaporto italiano o non lo può prendere, però ha una cittadinanza di un paese che non riconosce questo istituto, è un tema critico. Tu, l’altra persona, devi saperlo. Noi diciamo sempre che più la coppia viene sostenuta all’inizio, in termini di conoscenza di questi aspetti, più arriva a prendere una scelta consapevole e più ha le risorse nel momento della fatica per recuperare quella scelta, il senso sul quale si basava la scelta, cioè questi aspetti sono importanti. La questione di tutta la bioetica, quindi vita, morte… tante cose. Quanto sono importanti in una famiglia? L’handicap, avere un figlio con delle problematiche: qual è l’accoglienza nella società o il senso che il mio mondo culturale dà a questo avvenimento? Guardate che nel mondo c’è di tutto… una cosa molto interessante per chi poi si occupa della pastorale per queste tipologie di coppie è che si presentano tutte queste dimensioni, tutte le possibilità giuridiche e anche di impianto logico in termini culturali di queste dimensioni che riguardano la dignità: e quando si è coppia, si è famiglia, si vive insieme. Queste sono tematiche fondamentali perché parlare di diversità culturale e religiosa chiama in causa tutti questi piani dove noi non dobbiamo dare per scontato nulla. “Ah, l’adozione…” mi sono sentita dire da persone entrate in crisi non riuscendo appunto ad avere naturalmente figli quando scoprono che dall’altra parte non è permessa, “Ma siete arrivati fino a qui e non sapevate che non potevate adottare?” O meglio, un’adozione magari in Italia è anche possibie, ma nel paese di origine di tuo marito, di tua moglie, questo figlio non sarà mai suo figlio, con tutto quello che comporta questo anche solo per andare dai nonni. È la non conoscenza e il dare per scontato che fanno male alla coppia. In generale, il fatto è che in questi casi il dare per scontato non può essere, non può esistere neanche nelle cose che noi consideriamo più naturali o più ovvie. Ricordiamoci che tutta la nostra dimensione, sul piano familiare, è ricca di cultura e comunità e che per oggi non c’è più l’abbinamento cultura-diritti con una questione di passaporti o di non passaporti: anche questo invece è da tener molto ben presente come sfida per queste coppie. Devo dire però che quando metti la pulce nell’orecchio le persone vogliono poi assolutamente approfondire. Il problema è che proprio a volte è così naturale per noi pensare che non ci siano altri modi, che ormai l’adozione è scontata, che in tutto il mondo si possa adottare. In molti paesi non esiste come istituto giuridico, quindi non esci se sei in certe situazioni. In alcuni paesi si può ancora divorziare se la donna non rimane incinta, cosa che per noi non è motivo di scioglimento: un conto è che la coppia possa entrare in crisi per la difficoltà di avere figli, ma non c’è scritto nella legge italiana che uno dei motivi di divorzio è la non filiazione per impossibilità.
Roveda: C’è ancora il ripudio?
Ghiringhelli: C’è ancora in alcuni paesi, i diritti di famiglia sono molto diversi. Quando parliamo di coppie dove come indicatore del misto c’è anche la binazionalità, è importante tenere presente questa dimensione, magari parliamo di persone che sono anche nate e cresciute in Italia ma non importa. Tenete presente che in Italia, un’altra caratteristica, è che non sono solo in aumento i matrimoni con uno sposo straniero o una sposa straniera, quindi dove una delle due parti italiane, ma sono in aumento anche i matrimoni misti misti tra due stranieri. E quindi? L’Italia, diciamo così, è il terzo paese, il paese magari dove è nato l’amore, dove ci si è trovati in equilibrio rispetto all’essere coppia. Però poi entrano in gioco i diritti. È un mondo che viene molto spesso descritto in maniera superficiale, perché non si riesce a trasmettere la dimensione della diversità, delle possibilità di mixité, come viene detto, della coppia che esistono oggi in Italia e ovviamente nel mondo.
Roveda: Magari c’è qualche domanda qua in sala e anche a casa se qualcuno vuole mandare una domanda.
Domanda dal pubblico: Volevo chiedere se poteva approfondire un attimo questo passaggio nel momento in cui, inevitabilmente, dal punto di vista antropologico, il naturale viene ricondotto alla sua dimensione di immancabilmente culturale. Visto che poi al naturale, anche tradizionalmente, si legano tutta una serie di forme di astrazione, di idealità, di paradigmi, nel momento in cui la funzione è un po’ paradigmatica, che assume il naturale come qualcosa di non disponibile a nessuno e che, in qualche modo, è allo stesso tempo ritenuto come condiviso. Nel momento in cui viene meno questo passaggio e bisogna cercare di trovare delle forme paradigmatiche che lavorino sul culturale e sul culturale si diventa inevitabilmente diversi, come avviene questo processo anche di costruzione di forme di paradigmi a livello culturale che abbiano un po’ questo elemento anche di oggettività e di indisponibilità in qualche modo a le storie del singolo? Il rischio è quello che poi si crei un conflitto di modelli culturali in cui o si va verso la sintesi, il compromesso, che può essere sempre ridisegnato, o allo scontro dei culturali più forti sui culturali più deboli. Che cosa può aiutare, al di là del compromesso e dello scontro, a costruire forme in qualche modo che lavorino anche di astrazione con tutti i loro limiti, ma che possono avere questo valore di ispirazione e allo stesso tempo non manipolabile? Faccio un esempio che è quello della poligamia. Inevitabilmente da noi il culturale poligamico non è ritenuto in qualche modo un culturale da accettare. In tutte le collaborazioni che ha fatto, credo che nessuna associazione ha questo problema di veder riconosciuta la poligamia. Anche perché in Italia istituzionalmente non c’è questa possibilità. E immagino che non ci sia nanche questa aspirazione. Quindi capire da dove viene anche non tanto l’idea forte di “naturale”, ma anche la funzione che può svolgere a livello di ideali, di regolatori, di valori da offrire, dove la si può ritrovare.
Ghiringhelli: Sì, grazie. Bella domanda. Allora, dopo un lavoro che si fa sul riconoscere che ciò che intendiamo naturale in realtà è il nostro culturale e si capisce che quindi possono esistere dei culturali altri, che ovviamente anche l’altro vivrà come naturali, c’è un po’ questa decostruzione del naturale, riconoscendone appunto la dimensione del culturalmente connotato. Ci sono diverse strategie per le coppie adulte, soprattutto su alcuni temi: alcune funzionano, alcune meno. Non c’è un valore in assoluto, c’è quello che la coppia riesce, come dire, a tenere in piedi, e quanto poi riesce a essere fedele a questa costruzione che, un po’ a tavolino, ha pensato e quanto poi, nella storia di vita, riesce a metterla in pratica. Alcune strategie sono quelle che un po’ diceva lei, di volta in volta, in base al problema che ci troviamo di fronte, cerchiamo di trovare un accordo, una via d’uscita, nell’ottica di capire come poter mettere insieme le nostre differenze nell’affrontare il problema e come andare avanti. Altre coppie scelgono un’opzione, magari un po’ unica, favorendo l’appartenenza a, come dire, un mondo culturale piuttosto che un altro e questa scelta spesso viene fatta anche in base al contesto di vita. Come dicevo prima, contesto di vita significa anche il paese che si vivrà e si vivrà la famiglia, se si avranno i figli o no. Ragionando anche su quello che dicevo all’inizio, sulla reale possibilità di coltivare l’identità, la definizione di cultura, quando parliamo di cultura sulla dimensione della persona, quindi anche antropologicamente parlando, non facciamo riferimento al sapere bruto o al pensiero, facciamo riferimento proprio a tutto ciò che facciamo nella nostra vita. L’’altro aspetto fondamentale di quello che abbiamo detto all’inizio è la parola sito. Quindi sostanzialmente a noi è stata trasmessa la cultura. Per quanto riguarda il vivere quotidiano ciòè avvenuto a partire dalla famiglia, poi si parla di socializzazione primaria e secondaria, di quanto è avvenuto a scuola, nel gruppo dei pari, con le prime esperienze. Per diverse coppie miste l’ottica dei figli, è la prima domanda sull’essere famiglia, perché è lì che alcune decisioni mettono un pochino più in crisi. È chiaro che la capacità deve essere quella di trovare un modello in cui ci può essere una trasmissione autentica ma non normativa, proprio di testimonianza, anche al piano religioso. Quindi io, perché pratico, ti testimonio la mia fede, te la faccio vivere e respirare, ti comunico più il suo senso piuttosto che importi di essere della religione, il “devi fare questo e quest’altro” senza passartene il senso, senza darti l’opportunità di vivere in una comunità religiosa. A volte le scelte vengono prese anche sulla base di questa dimensione e quindi lì, come ho appena detto, il contesto in cui andrai a vivere è importante. Qualcuno opera delle scelte in termini di protezione, anche per far sì che il figlio non vada incontro poi a delle fatiche nella sua socialità e relazionalità. Alcune coppie magari decidono di tenere un po’ le cose in stallo. Sono le coppie che decidono che i figli decideranno loro. Qui il rischio è di dare al figlio un carico pesantissimo oltre al fatto che poi c’è tutto un mondo familiare che si muove con tuo figlio e se tu non hai un po’ dato degli orientamenti chiari in base alle tue scelte, anche educative, da tutti i punti di vista, rischi che poi subisci quelle dell’altro e questo può creare una grande fatica nella coppia e nella famiglia. Un “laboratorio di interculturalità” è in termini di paradigmi e non significa sincretismo religioso, non significa non chiarezza identitaria, ma significa un contesto in cui la presenza di diversità può tradursi in un arricchimento che però sia chiaro rispetto al senso dell’appartenenza e alle diversità. Già questo è un paradigma diverso rispetto all’oggi, dove ci sono generalmente le tifoserie, perché spesso a casa ci sono le tifoserie nelle due famiglie, già all’inizio sul tipo di rito di matrimonio e poi quando arrivano i nipoti. Diciamo che ancora il panorama per quanto riguarda l’Italia è veramente molto, molto variegato rispetto alle scelte, alle possibilità che si aprono alle coppie miste, tenendo comunque ben presente che oggi la stragrande maggioranza di coppie sono coppie anche binazionali quando parliamo di matrimoni misti e rispetto alle scelte della coppia della famiglia incide tantissimo, anche il piano istituzionale, della possibilità di fare determinate cose, proprio sulla questione dei diritti. Sembra banale, però questo è un aspetto che è ancora molto importante in Italia e che è sofferto dalle coppie, dalle famiglie e che coinvolge anche coppie dove la persona straniera è di seconda generazione; questo incide perché hai dei diritti di famiglia che governano, nel senso che sappiamo che appunto chi non si conforma un diritto va incontro a sanzioni. Poi la questione poligamia. No, la questione poligamia non è un problema, è assolutamente accettabile per un uomo nel mondo musulmano non avere quattro mogli: non è un obbligo. Tra l’altro mi piace anche dirvi che quando parliamo di poligamia non parliamo solo di poligamia del mondo musulmano, perché tra l’altro tutta una serie di problemi, di reati, di poligamia hanno riguardato anche gli italiani all’estero. Avete visto sui giornali negli ultimi anni? Ma è anche una questione del culturale tradizionale, non solo della religione. C’è un bellissimo libro che, parlando appunto un po’ del nostro mondo, parla di chiesa e poligamia in Africa, dove ci sono in alcuni contesti territoriali dove la maggior parte delle riunioni poligamiche sono in un ambiente cristiano, perché lì è una tradizione. Anche quello è un tema che la comunicazione che arriva a noi è l’abbinamento tra poligamia e mondo musulmano, ma nel mondo abbiamo anche forme di poliandria e di poliginia, in base al fatto che sia l’uomo o la donna a poter avere più partner. C’è il piano culturale, però anche il piano del diritto. Al di là del diritto in Italia, che ovviamente non te lo rende possibile, è reato, anche in Italia, ci sono persone che sono presenti e residenti in Italia e hanno più mogli ufficiali riconosciute per il diritto del loro paese. Sapete che in Italia possono vedersi riconosciuta ufficialmente come moglie una sola moglie, quando si tratta di ricongiungimenti familiari. Una cosa a parte sono i figli, perché chiaramente invece la filiazione in Italia è riconosciuta anche fuori dal matrimonio ufficiale. Quindi la dimensione è diversa. Però sappiate che anche in tutti quei contesti culturali, religiosi e giuridici dove è ammessa la poligamia essa non è obbligatoria. Quindi non si è fuori dalla norma se si ha solo un marito o una moglie. Quindi questo nel momento in cui una persona di quella tradizione, dove c’è questa pratica, incontra ad esempio una persona italiana, è chiaro che questo è uno dei punti. Nei corsi e negli appuntamenti che noi abbiamo con le coppie miste, questi temi vengono tutti fuori, dalle questioni più etiche, appunto, aborto sì, aborto no, pillola del giorno dopo sì, pillola del giorno dopo no, adozione sì, adozione no, ripudio, poligamia… queste dimensioni vengono e noi dovremmo un po’ inserire questi aspetti. Serve la capacità di dialogo, però a volte bisogna aiutare a precisare i temi, perché a volte a nessuno dei due viene in mente neanche di fare una domanda, perché, basandosi sul suo naturale, pensa che anche dall’altra parte alcune cose siano possibili, siano fattibili. Non è perché sono persone che non hanno strumenti o non ci abbiamo pensato: anche in Italia, se voi fermate adesso uscendo di qua anche persone che vi sembrano poter essere strutturate e gli fate due o tre domandine sul nostro diritto di famiglia… Cavolo… Io agli studenti dell’università, faccio fare questa prova nell’edificio universitario, do loro una mezz’ora con delle domande: “Andate tutti al bar, dal collega, all’altro docente che incontrate e fate delle domande” e loro tornano in aula sconvolti da quello che hanno sentito, in un contesto accademico, dove teoricamente la gente che accede ha già un po’ di strumenti conoscitivi. Adesso vi ho stimolato così, ma provate a pensarci. Voi pensate di conoscere benissimo il diritto di famiglia con tutte le modifiche? A volte, tra l’altro, noi ci rendiamo conto che non è cattiva volontà della persona straniera che non racconta ma non lo sa. Noi vediamo insieme entrambi i diritti di famiglia, vediamo insieme entrambe le dimensioni delle prescrizioni religiose. A volte anche il livello di conoscenza della propria tradizione religiosa, per entrambe le parti, indipendentemente da quali siano le parti, è davvero minimo e quindi a volte non c’è la non volontà di confrontarsi su alcuni aspetti, ma è che questi aspetti si scoprono solo al momento del problema. Questo è il grande lavoro, un grande lavoro di conoscenza. Questa consapevolezza deve portare alla conoscenza, e poi è questa che ti fa veramente discernere e accogliere l’altro per un progetto di vita. Perché conoscere l’altro non è solo conoscere le sua paia di pantaloni, la sua altezza, la sua simpatia, se canta bene eccetera: certo, è conoscere anche tutto questo, perché ognuno di noi, in una dimensione di relazioni familiare, domestica, si porta dietro tutto questo. Lo porta un po’ in maniera naturale, e quindi pensa che sia scontato, un po’ in maniera, noi lo definiamo così nei nostri schemi, inconsapevole. Purtroppo è una cosa tanto intima che affronta tanti aspetti che non si sanno e che quindi se tu per primo non sai i tuoi, non potrai mai raccontarli o metterli a tema. Anche la questione dell’adozione che sembra banale ma non lo è. O l’idea dell’affido, di come è vissuto l’affido… Il modo di essere una famiglia, una coppia aperta anche all’accoglienza di bambini, anche questa è una dimensione non banale e non universalmente riconosciuta. In tutte le popolazioni c’è questa dinamica dell’accoglienza dei bambini, però si struttura giuridicamente in modi diversi e questo ha un peso. Recupero i due aspetti fondamentali, laboratorio di dialogo, laboratorio interculturale e palestra di dialogo. Per dialogare non bisogna essere uguali e d’accordo, bisogna però trovare il punto focale dell’importanza per cui si ha il senso dell’essere coppia e famiglia.
Roveda: Ci sono altre domande?
Domanda dal pubblico: Rischio di essere un po’ banale, molte delle cose che ci ha presentato ce le ha raccontate in termini un po’ problematici. Per la coppia mista è difficile, deve discernere, deve fare fatica. A volte fanno molto più fatica di quanto non ci si aspettasse perché non ci avevano pensato bene, ma esiste, ci sarà sicuramente, il rovescio della medaglia, cioè qual è la forza di tutto questo? A noi che abbiamo una diversità fortissima, ad esempio, io sono nato a Milano, ma la sua famiglia è di Modena e la mia è di Mantova… (risate) e a chi non in realtà non ha questa diversità così radicale, che cosa dice? Che cosa testimonia? Quale forza porta un certo genere di relazioni in una società che invece è abituata a essere uniforme?
Ghiringhelli: Gli stessi elementi, nella consapevolezza della fatica e guardate che è un valore: la coppia che decide di vivere la fatica è un valore per la società anche solo per questo, perché arriva a esiti che sono veramente la testimonianza della possibilità di vivere in un mondo, tra persone di culture e religioni diverse, quindi in un mondo interculturale, in un mondo globalizzato. Testimoniano cioè che non bisogna essere uguali, non dico per volersi addirittura tutti bene, ma per convivere in maniera civile. Questa è una grandissima forza. Infatti quando parlavo della criticità del non inserirli nelle comunità, dell’attingere poco da questa esperienza, lo dicevo in maniera negativa perché non lo si fa, ma secondo me se si facesse sarebbe un grande arricchimento. Guardate che parlare oggi di palestra o di dialogo è dire una cosa grossa. Io noto che tra l’altro la cosa bella di queste famiglie davvero è che c’è una visione molto più ampia di quella che molto spesso si ha nelle famiglie monoculturali del mondo e della società, perché sono occhi e sguardi diversi e non è poco. Oggi, in un mondo dove tutto è comunicante, sono immense la possibilità della comunicazione, la possibilità di viaggio, quindi di spostamento; con i social media e Internet poi, se lo vogliamo, noi siamo costantemente in comunicazione con la dimensione di altri mondi, ma è una dimensione virtuale che molto spesso rispetto a certe tematiche ti fa incontrare il fenomeno, ma non la persona. Il respirare, il condividere, lo spezzare il pane tutti i giorni, il condividere, come dire, la vita tra persone che hanno esperienze e storie diverse ha veramente un valore aggiunto enorme. Io personalmente conosco e frequento tantissimi figli di coppie miste che adesso (non voglio avere pregiudizi perché non bisogna averne né in positivo né in negativo) possono essere oggi una grande testimonianza e tra l’altro documentano la realtà dell’oggi. Secondo me le coppie miste fanno testimonianza in maniera positiva: dell’incontro/scontro tra culture sono la dimensione positiva. L’errore che si fa a volte con le coppie miste che vanno male è che magari subito si colpevolizza la diversità culturale o religiosa, quando magari la causa dei problemi è qualcos’altro: ma si è subito pronti a etichettare; e la coppia mista che funziona è vista un po’ come il caso. Io mi sono sentita dire da alcuni “Ma lui non è come gli altri, è l’eccezione” tra i musulmani o tra i copti oppure tra i ghanesi o i senegalesi o gli albanesi, cioè: se va bene è perché o lui o lei è l’eccezione, è così che funziona. Siamo in una società che, tanto quanto in termini strutturali favorisce l’incontro, tanto ancora si ostina a vedere un po’ la fatica, la paura. Si tratta della paura del non conosciuto o di che cosa? Del cambiamento culturale? Ma quanto cambiamento culturale è in atto? Della questione identitaria? Da quando esiste il mondo ci sono cambiamenti culturali e quindi anche identitari. Secondo me no. Quindi a me piace un po’ più calcare su alcune cose, per dire che esistono, non sono poche, dobbiamo accorgerci che ci sono, cercando di andare in qualche modo ad accompagnare queste coppie, queste famiglie nelle fatiche: ma, insieme, a riconoscerne le risorse che dobbiamo però far giocare in ambito comunitario, perché sennò rimane sempre la coppia, quella coppia che ha un nome, che ha due nomi, che scrivono un libro, una testimonianza e che sembra sempre l’eccezione. Facciamo un po’ respirare questa possibilità. Ripeto che ci sono dei problemi oggettivi, vi ho parlato del piano istituzionale, non posso dire che non ci sono, che li è facilissimo. Ripeto, secondo me già il fatto di essere l’esempio, un possibile esempio di dialogo, in questo mondo che sembra polarizzarsi e il problema della polarizzazione è che non ammette il dialogo, è tanto, proprio in termini di testimonianza, di esempio. E il dialogo non è facile, ma non è facile neanche il dialogo, no?
Roveda: Tra un modenese e una mantovana.
Ghiringhelli: Esatto, tra una modenese e una mantovana. Soprattutto quando si va un po’ controcorrente rispetto all’attuale contesto molto polarizzato da tutti i punti di vista: nazionali, culturali e religiosi.
Roveda: Lei ha detto che le coppie miste hanno un valore di profezia.
Ghiringhelli: Non è voce mia, l’ho sentito dire proprio da esponenti religiosi. La faccio mia perché come dire è interessante che cis ia una parte di mondo interreligioso che dice questo.
Roveda: Abbiamo bisogno di qualche profezia, forse?
Ghiringhelli: Esatto. Mettendo l’attenzione sempre al valore della persona e all’esperienza personale come esperienza umana è chiaro: E’ assolutamente da cogliere con tutte le fatiche che si possono incontrare, anche nel pensare a percorsi e accompagnamenti. Poi, ripeto, saranno sempre più in aumento: tutte le statistiche ci dicono della crescita.
Roveda: Ringrazio tantissimo Barbara Ghiringhelli per le sue parole. Grazie a tutte e a tutti e buona serata.
La relatrice

Barbara Ghiringhelli, docente di antropologia culturale e antropologia dell’immaginario
mediorientale alla IULM di Milano, da anni svolge attività di studio e di ricerca sulle
dinamiche di coppia e familiari miste; a questo ha sempre affiancato attività di pastorale
familiare in particolare per le coppie islamo-cristiane ed è consulente per diverse realtà
istituzionali e del privato sociale sui temi inerenti la coppia e la famiglia mista. Collabora
con l’Ufficio Nazionale Ecumenismo e Dialogo della CEI, è membro del Comitato
Scientifico di AIFCOM – Associazione Italiana Famiglie e Coppie Miste. Decine le
pubblicazioni da lei scritte e curate su tale tema.
Maggiori informazioni in https://www.iulm.it/it/iulm/ateneo/docenti-e-collaboratori/ghiringhelli-barbara


